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Oreficeria e pietre dure lombarde

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Parlando di arte e artigianato lombardo, abbiamo già pubblicato articoli che si sono interessati dei cori lignei delle chiese, dei natanti tradizionali per i fiumi e i laghi della regione e dell’arte vetraria. Ora è il momento di scoprire i capolavori dell’oreficeria e delle pietre dure, insieme agli artisti che le hanno prodotte. Gli inizi dell’oreficeria milanese datano fra il VI e il IX secolo e risentono delle influenze artistiche dovute all’opera di orafi goti e longobardi, giunti nel territorio a seguito di invasioni o migrazioni da altre terre nel frattempo conquistate. Sono noti i ritrovamenti nella zona padana di fibule, croci d’oro, cinture ornate con metalli di pregio; la fattura di tali oggetti risentiva delle influenze nordiche ma anche di quelle che provenivano dall’oriente, specie da Bisanzio; in questi casi non erano infrequenti oggetti lavorati con filigrane, smalti e pietre preziose. Il tesoro del Duomo di Monza comprende una delle più belle testimonianze dell’arte longobarda: l’Evangeliario di Teodolinda conservato a Monza, probabile dono di Gregorio Magno nell’anno 603, è infatti in lamina d’oro e contiene pietre preziose; nella parte centrale figura una croce ornata con perle, zaffiri, smeraldi. In epoche successive fra gli artigiani lombardi, specie quelli milanesi, si sviluppa la glittica, cioè un fine lavoro di intaglio di cristallo di rocca e pietre dure. Ne è esempio la croce astile, in oro e argento, che fa parte del Tesoro della chiesa di Santa Maria presso San Celso in Milano, donata da Ottone Visconti nell’anno 1295 ai monaci della Certosa di Chiaravalle, come forma di ringraziamento per le cure ricevute. Un altro oggetto di particolare bellezza e fattura è la croce usata nelle processioni, dono di Ludovico il Pio alla chiesa metropolitana milanese; la croce reca, nei cammei e nelle pietre dure, l’immagine della Vergine, del Salvatore e dei Santi, mentre in vetro verde opaco vi sono i simboli degli Evangelisti.

La Lombardia è terra ricca di pietre pregiate da intagliare: cristalli, pietre rosse e gialle, corniole che, una volta lavorate e lucidate, assumono l’aspetto di vere e proprie ‘gioie’. L’abilità degli artisti milanesi si basa dunque su una facile reperibilità dei materiali da trattare, sulla consuetudine nella lavorazione delle gemme in genere per mezzo dell’intaglio, ma risulta anche influenzata da due opere di altissimo valore artistico: l’altare d’oro della Basilica di Sant’Ambrogio del Volvinio e quello di epoca posteriore del Duomo di Monza. Persino il grande Benvenuto Cellini conosce e apprezza l’attività degli artigiani milanesi, che così descrive: ‘ritrovasi alcuni rubini e smeraldi addoppiati, cioè fatti doppi in quella guisa che s’usa di far con il cristallo, le quali sorte di pietre false si fanno in Milano’. Da inventari e carteggi si viene a conoscenza della lavorazione di alcune preziose gemme intagliate possedute dai duchi di Milano, specie cammei che riportano le loro fattezze. Un artista del tempo, Domenico Buoncompagni, noto ‘incisore di gemme’, eccelle in quest’arte e riproduce con grande fedeltà i volti dei personaggi tratteggiati. Altri due cammei in onice, opera di Giovanni dei Cammei – uno con il profilo di Ludovico il Moro e l’altro con quello di Gian Galeazzo Sforza – sono oggi conservati nella Galleria degli Uffizi di Firenze.

La scuola più famosa e all’avanguardia nel creare lavori di raffinata bellezza, nella seconda metà del Cinquecento, è quella milanese. Lo storico Vasari ricorda infatti Giovanni Antonio de’ Rossi (ca. 1517-1575) che si definiva ‘medaglista’, specializzato nell’intagliare gemme e cammei, chiamato a Firenze da Cosimo I°. Un altro celebre intagliatore, attivo sia presso la corte fiorentina che in quella di Filippo II di Spagna, è Jacopo da Trezzo (ca. 1519-1589) abilissimo nell’intaglio incavo e in rilievo, insuperabile nei ritratti. Famoso è il tabernacolo realizzato per l’Escurial di Madrid. Tornato a Milano dalla Spagna, si dimostra anche attento amministratore dei propri interessi, scrivendo al Granduca Cosimo per avere il saldo di 850 scudi per un vaso di cristallo eseguito a Firenze. Gli artisti milanesi sono un po’ dappertutto in Europa, in questi anni. Producono oggetti in cristallo di rocca, agata, diaspro, onice. Una croce d’altare in cristallo di rocca montata in argento, con granati sul piede e sui bracci, fabbricata nell’anno 1511, è ancor oggi visibile presso il Museo Poldi Pezzoli di Milano. Nei secoli XVI e XVII Milano rimane un importante centro di produzione sia di vasi trasparenti in cristallo di rocca, sia in pietra dura, opachi e colorati di calcedonia, diaspro, topazio bruciato, ametistaoniceserpentina e lapislazzuli. Cambiano i soggetti riprodotti: non più monoliti, bensì forme bizzarre e fantasiose in sintonia con i gusti e le scelte dei ‘moderni’ committenti.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com