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Ombre Rosse

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di Luca Bracali

Da Ansel Adams a John Wayne, gli sconfinati paesaggi del far-west americano sono state le icone più ricorrenti nella grande fotografia in bianco e nero come nel cinema. Noi di Latitudes, ad un secolo di distanza dalle immagini del grande maestro ed in piena era digitale, abbiamo deciso di mostrarvi alcuni dei luoghi più suggestivi di questo piccolo, ma poliedrico, universo roccioso. Il tramonto infuoca le rocce rosse di questa mitica America. I parchi nazionali Usa, molti dei quali disseminati tra Utah e Arizona, offrono scenari unici. La stretta vicinanza tra l’uno e l’altro permette di assaporare in un unico viaggio il mito americano per eccellenza, quelll’Ovest leggendario che ammaliò pionieri, conquistatori e tutti gli uomini in cerca di libertà.

ZION

Entrare a Zion è un po’ come varcare la soglia della Svizzera o percorrere la Orchard Road di Singapore. L’ordine, la cura, la pulizia, anche di una semplice panchina, rasentano davvero la perfezione. Zion è il parco più meridionale dello Utah ed è in pratica un microcosmo fatto di tanti piccoli canyon, cascate e grotte di arenaria stratificate. Ciò che lo contraddistingue, rispetto agli altri parchi, è la forte presenza d’acqua e ciò che lo rende ancor più affascinante sono i petroglifi e le pitture rupestri realizzate dai Pueblo ancestrali e prima ancora dai Fremont. Segno evidente che questa terra era abitata già da qualche millennio.

BRYCE CANYON

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Monument Valley

L’antico villaggio di Bryce vuole ricordare i tempi che furono, quelli del far-west un po’ classicheggiante e mentre ci scorrono davanti piccoli frammenti di storia, il main-gate di Bryce ci dà il suo benvenuto. Il primo colpo, per chi non è abituato a paesaggi del genere, può essere molto forte, addirittura impattante, da sindrome di Stendhal, come quando i giapponesi si collassavano di fronte alla cupola del Brunelleschi a Firenze. Bryce è davvero impressionante, uno spettacolo superlativo, provate ad immaginarvi una serie infinita di anfiteatri e canne d’organo che si ripetano in lunghi filari e si perdono all’infinito. Ma oltre ad un gioco di forme, i pinnacoli di Bryce sono una straordinarietà anche nei colori che si infiammano con il sole, ma si accendono di una luce diafana, a tratti dorata, altre volte trasparente, quando vengono illuminati dal retro. Una serie di piccoli sentieri si snodano al suo interno e percorrerli a piedi è una delle grandi esperienza da fare, giusto per confrontarsi con la smisurata grandezza di questa natura che ha saputo modellare autentiche opere d’arte scolpite dal vento e dalla pioggia negli ultimi millenni. Le migliori vedute del canyon sono tutte facilmente raggiungibili percorrendo i 27 chilometri di “scenic drive” che si snodano verso sud seguendo il bordo del canyon e i punti più spettacolari restano Inspiration, Bryce, Sunrise e Sunset Point dove conviene intrattenersi piacevolmente anche ben oltre il tramonto.

GRAND CANYON

Fra i 30 parchi nazionali più suggestivi degli Stati Uniti sicuramente il Grand Canyon occupa il primo posto, sia per fama che per immensità del paesaggio. Generato dall’erosione del fiume Colorado, il Grand Canyon è lungo 446 chilometri, profondo fino a 1.600 metri ed in alcuni tratti ha un ampiezza di ben 27 chilometri! Ma oltre ad essere uno degli spettacoli più belli da ammirare in natura è altrettanto affascinante la sua storia più recente, quando 10.000 anni fa, nel tardo pleistocene, i Paleoindiani andavano qui a caccia di bradipi giganti e di mammut.

ANTELOPE CANYON

A Page si viene essenzialmente per due cose, la prima è per ammirare quella straordinaria formazione a ferro di cavallo chiamata Horseshoe Band, un canyon dalla forma semi-circolare attorno al quale scorre il fiume Colorado, ci vogliono 50 minuti di cammino per raggiungerla ma è sicuramente uno sforzo che vale la pena di fare. Noi ci abbiamo rinunciato perché la luce non era quella giusta; il cielo restava coperto di nubi e lo spettacolo ci avrebbe disatteso. In compenso ci resta sempre la seconda cosa da vedere che in realtà è la prima, anche per ordine di importanza. Page, come dicevamo all’inizio, è l’antica terra dei Navajo ed il loro tesoro più prezioso è racchiuso fra le rocce. Antelope è una meraviglia assoluta, un canyon modellato in milioni di anni dall’erosione delle rocce di arenaria a causa dell’acqua e del vento che hanno creato forme così seducenti da ricordare le opere scolpite del marmo dai grandi maestri del rinascimento. Ma con un’aggiunta in più: la luce. Quella luce diafana che filtra dalle feritoie della roccia a piccoli fasci ed illumina di un rosa soffice o di un arancio intenso le pareti di arenaria. Per i Navajo è un punto di riferimento assoluto della loro terra, un luogo sacro, tramandato da secoli e ancora vivo nella loro spiritualità. Raymond M. Chee Sr. ha 52 anni, suo figlio che porta il suo stesso nome, ma è Junior, ne ha 22. Ci parla con il suo sguardo profondo delle tradizioni, di quelle tradizioni che i suoi antenati gli hanno tramandato e che per lui hanno un valore inestimabile. La lingua è la prima fra queste e Raymond non si arrende all’idea che fra 30 anni saranno proprio gli idiomi Navajo a scomparire, fagocitati dall’inglese o, peggio ancora, dallo slang americano. Raymond ci invita a seguirlo a casa per mostrarci la sua arte, una serie di sculture in legno intarsiate a mano che raffigurano indiani in scene di caccia o di battaglia. “E’ così che tramando la cultura Navajo – ci spiega Chee sr. – con queste creazioni riesco a narrare storie vissute nelle scuole, ai più piccoli, mantenendo viva la nostra lingua”.

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Antelope Canyon

MONUMENT VALLEY

Icona per eccellenza del far-west americano, la Monument Valley a colpo d’occhio ti lascia senza fiato e senza parole. L’immensità del paesaggio è talmente sconfinata da non lasciar spazio nemmeno ai pensieri. Lo si capisce già qualche chilometro prima di giungere al main-gate che stiamo varcando la soglia di un altro mondo, un mondo fatto di giganteschi monoliti di oltre 600 metri di altezza. Queste sculture naturali, formate da roccia e sabbia, sono in parte sedimentaria e in parte dovuta ai fenomeni di erosione. Tutta la zona fa parte della Navajo Nation Reservation ed è abitata da una comunità di nativi che ne gestiscono le attività dell’intera aerea, traendo fra le altre cose ottimi profitti, a partire dal discusso View Hotel che ha soppiantato uno storico campeggio.

Ma l’indiscussa fama della Monument Valley nasce dal cinema degli anni ’40, esattamente nel 1946, quando Henri Fonda, protagonista di “Sfida infernale”, spingeva la sua mandria fino a Tombstone. John Ford, sempre a cavallo del secolo scorso, ci ambientò ben 7 film ma la star di tutti i tempi, quella che ha lanciato la Monument Valley come set cinematografico per eccellenza dell’ambientazione far-west, resta il mitico John Wayne che ha interpretato qui i suoi più grandi film (Ombre rosse, Sentieri selvaggi), dichiarando lui stesso che dalla Monument Valley “non ci si riesce ad allontanare”. Pensate che persino Michael Jackson in Freejacks e Tom Hanks in Forrest Gump si sono recati qui e come non ricordare lo sfigato Wily Coyote a caccia dell’imprendibile Beep-Beep! Nel 1937 mr. Eastman Kodak realizzò la sua Kodachrome e in quello stesso anno Josef Muench (l’uomo che scagliò un pomodoro ad Adolph Hitler) scattò la sua prima foto a colori. Indovinate dove?

THE ARCHES

Cosa dire invece di The Arches? Una meraviglia nella meraviglia. La signora che avevo a fianco durante una salita lo ha definito un parco alla Disney, dove tutto è bello, perfetto e colorato in maniera surreale. Qui invece è tutto vero e viene da chiedersi come abbia fatto madre natura a disporre in maniera così ordinata e perfetta i suoi elementi. Pensate che questo parco nazionale conserva la bellezza di 2.000 archi naturali scolpiti in arenaria. Altra cosa decisamente affascinante è il fatto che le prime popolazioni di cacciatori-raccoglitori migrarono in questa regione circa 10.000 anni fa, alla fine dell’ultima era glaciale. Fra spirali, archi, rocce in equilibrio, pinne di arenaria e monoliti erosi a The Arches c’è davvero da rifarsi gli occhi anzi, ad essere in imbarazzo sul dove cominciare. Sicuramente gli highlights del parco, le sculture di arenaria più monumentali, sono tre: Double Arches che come dice il nome è un doppio arco, enorme ed in perfetto equilibrio su se stesso. Landscape è una formazione molto bella per la sua estensione in senso orizzontale ma il più visitato, il simbolo del parco, è Delicate Arch. Per raggiungerlo ci vogliono quasi 3 chilometri di cammino, per la sola andata ovviamente, in un percorso che in un tratto sale così ripido da far venir la voglia di tornare indietro. Una volta giunti alla vetta è superfluo ogni commento.

CANYONLAND

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Horseshoe -Glen Canyon

Ad una trentina di chilometri di distanza da Moab, lasciando the Arches sulla destra, si entra a Canyonland. I percorsi da fare, sia in auto che a piedi sono moltissimi, ma sicuramente la più affascinante formazione di queste terre si chiama Mesa Arch. Immaginate un arco gigantesco in pietra che si affaccia nel niente, un’enorme finestra che oltre al davanzale, al di là di un baratro di qualche centinaio di metri, offre una visione celestiale su una serie di canyon a perdita d’occhio. L’alba e il tramonto, con il sole che dipinge letteralmente le rocce, è uno di quei momenti da vivere almeno una volta nella vita.

THE WAVE

The Wave, è forse la più grande meraviglia geologica di queste terre, e non solo. Situata nel cuore di un vasto ed arido altopiano fra Utah e Arizona e incastonata come una gemma nella roccia, The Wave è una formazione di arenaria risalente a 190 milioni di anni fa. Secondo i geologi americani l’intera zona nel giurassico era ricoperta di dune sabbiose che pian piano sono andate a compattarsi nel tempo fino a diventare roccia, calcificatasi in strati orizzontali e verticali, modellati e corrosi da pioggia e vento, fino a trasformarsi in una sinuosa onda pietrificata. Ma non a tutti è concesso di poter ammirare una delle più straordinarie meraviglie naturali del nostro pianeta, a The Wave possono accedere solamente 10 visitatori al giorno estratti a sorte in una lotteria che si tiene il giorno prima. Altra chance è prenotarsi con 6 mesi in anticipo via web. Solo così, dicono i rangers, si può preservare la delicata bellezza della zona da un turismo di massa. Ma anche avendo la sorte dalla nostra parte trovare The Wave, in mezzo ad un assolato deserto roccioso, non è cosa facile. Nell’ultimo anno tre persone non hanno più fatto ritorno e nel corso della sua storia il numero di turisti dispersi o disidratati sale drasticamente. Anche la bellezza talvolta ha il suo prezzo. ?lb

Foto Luca Bracali | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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