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Il Martire di Palmira

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‘All?h yakniki y? S?riya’ (dio ti protegga, o Siria). Invocazione profondamente inutile almeno dall’anno 2011, quando ha avuto inizio una cruenta guerra civile tuttora in corso; guerra fratricida che ha messo in fila circa 200.000 morti, tant’è che verso la metà del 2014  l’Onu ha sospeso il conteggio delle vittime. Vittime da ‘inventariare’ a parte, comunque, perché gli avvenimenti tragici si sono assommati con l’arrivo dell’Isis che ha fissato la sua capitale a Raqqa e si è ‘mangiata’ più della metà del paese, uccidendo e distruggendo tutto al suo passaggio. Troppi sono gli episodi di violenza fisica e morale, comprese le efferate esecuzioni davanti a una macchina da presa, per sperare che tutto questo si risolva a breve e, soprattutto, pacificamente. Non è difficile prevedere tempi sempre più difficili per tutti: nazioni occidentali, paesi del medio oriente, congreghe di trafficanti di uomini e armi, fiumane di profughi che fuggono da queste terre invase da stupratori seriali e maniaci sanguinari. Le conseguenze nefaste delle ‘conquiste’ del Califfato, in Siria e ora anche in Libia (zona di Sirte) sono all’ordine del giorno e la macchina organizzativa – sotto ‘copertura’ Islam – ci mette del suo per aggiungere nuovi orripilanti dettagli alla varietà dei crimini commessi. Anche le tracce della storia, vecchie di secoli, ne hanno fatto le spese. Raggiungendo livelli di impensabile crudeltà e stupidità umana.

Le foto satellitari, riportate dai media del mondo, hanno testimoniato ciò che è avvenuto a Palmira, prossima all’oasi di Tadmor (antico nome aramaico, la lingua di Gesù). Il complesso archeologico di Palmira, dichiarato nel 1980 patrimonio dell’umanità dall’Unesco, è qualcosa di incredibilmente splendido, di unico. Il tempio di Baal (o Bel, che significa ‘Signore’) entità divina superiore paragonabile allo Zeus dei Greci, Giove per i Romani, la cui edificazione datava dall’anno 32-38 d.C., è stato mutilato da cariche esplosive e da rimozioni delle pietre per mezzo di ruspe. Analoga e ancor più desolante sorte è capitata poco dopo al complesso di Baalshamin (Signore del Cielo); nulla o quasi è rimasto nel perimetro quadrato che conteneva monumenti eretti nel II secolo d.C.; né l’opera di distruzione del complesso di Palmira si fermerà qui, purtroppo. A rischio di sparizione e di ‘mercato nero’ dei reperti più pregiati (per procurarsi armi) rimangono altre ‘meraviglie’ archeologiche: Il Santuario di Nabu, la Via Colonnata, il Teatro e le Terme di Diocleziano, risalenti al II secolo d.C., l’Agorà e il Senato, le varie Necropoli e la citnta muraria di Palmira, costruita a protezione dell’intero sito nel III secolo dell’Era di Cristo.
Bellezze architettoniche assolute, che hanno rappresentato la testimonianza di antiche civilità – specie quella Sasanide persiana – e il fiorire di un impero in contrasto con la presenza romana in medio oriente affidato alla regina Zenobia. Una testimonianza la cui grandezza ha significato la ragione di vita e di intensa presenza culturale di uno studioso siriano conosciuto in tutto il mondo con il simpatico appellativo di ‘Mister Palmira’, affibiatogli dai colleghi archeologi di ogni paese.
Nel 1963 Khaled al-Asaad aveva assunto la carica di direttore Museo di Palmira, il luogo che lo ha visto nascere e al quale ha dedicato – da studioso internazionale prima e da ‘custode’ del sito in seguito – lunghi anni di ricerca e di scavo, di catalogazione e valorizzazione dei numerosi ‘tesori’ qui rinvenuti. Negli ultimi anni questo signore mite, colto, educato, padrone di diverse lingue e orgoglioso soprattutto del suo aramaico, aveva costruito una casetta ai bordi del sito archeologico, per essere sempre presente e reperibile per ogni necessità delle sue ‘pietre’. Gli era compagno il deserto e dalla sua camera da letto poteva posare lo sguardo sui monumenti infuocati dal sole del tramonto. Non faceva male a nessuno e si limitava a soffrire in silenzio per la sorte di Palmira, dopo l’arrivo dell’Isis. Non è stato sufficiente. Il 18 agosto, col pianeta in vacanza, Khaled è stato prelevato dalla piccola dimora aperta a tutti, dai ‘gentiluomini’ in nero, decapitato e messo in mostra nella piazza di Tadmur (nome arabo). Un vero eroe dei nostri disgraziatissimi tempi, il povero Khaled al-Asaad. Chissà se il futuro gli riconoscerà il tributo e l’onore che merita. Sinora, nessuna ‘fiaccolata’ commemorativa, nessuna preghiera collettiva.

Libertas dicendi
del ‘Columnist’ Federico Formignani | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com
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