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Guatemala, corazon del mundo maya

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Terra della civiltà maya, dei templi, della magia e della scienza precolombiana. Il Guatemala di Tikal, dei vulcani potenti, dei ruggiti dei giaguari, della giungla, ma anche di Città del Guatemala: grande città sudamericana.

Siamo a Tikal, in Guatemala. Il resto lo fa la magia del luogo e quella privata emozione che ti prende guardando il sole che scende sulla foresta e arrossa le vecchie pietre degli altri templi Maya qui intorno. E immagini. Prima che il verde cupo inghiottisse tutto lasciando fuori solo i grattacieli del tempo, i 74 metri del tempio del Giaguaro e tutti gli altri, qui c’era gente che sapeva far di conto, conosceva lo zero, nel senso di numero zero, cosa rara, evanescente, impercettibile, magica, conosceva i pianeti e le stelle, che aveva diviso il tempo con la precisione di un astronomo moderno, che faceva funzionare una società solida ma mistica, in un connubio fantastico tra realtà e profonda sacralità. I templi, i palazzi reali che resistono come non resisteranno, probabilmente, i grattacieli di Manhattan, e intorno i villaggi, le case sbriciolate dal tempo, insieme alla cultura, cancellata dalle invasioni. E ancora dal tempo.

Tessuti guatemaltechi

Fin che resti a Tikal il Guatemala è lontano. Tikal è il sito archeologico più bello, importante e visitato del Guatemala. Occupa almeno 15 chilometri quadrati e si calcola che ai tempi del massimo fulgore fosse abitato da almeno 50.000 persone. Come dire la New York dell’epoca. E’ stata la capitale, la città più potente. Le hanno costruito un parco protetto intorno, decine di squadre lavorano tutti i giorni per ripulire templi e palazzi ancora soffocati dalla vegetazione. Scendi dai gradini del tempio, lasci la magia in un tramonto che ti sembra il primo tramonto della tua vita, e la passeggiata verso il tuo bungalow quasi al buio nella foresta con le scimmie che saltano e urlano sugli alberi, il ruggito di un giaguaro lontano, una tarantola enorme che ti attraversa il sentiero aggiunge ancor emozione. Poi, quando dopo una serena notte riparti e ti infili nel piccolo bus dell’agenzia turistica il Guatemala ti piomba addosso che non te lo aspetti. “Esta es la Carretera Panamericana” ti dice l’autista, che dal naso e dal colore è un maya, ma dall’abbigliamento avrebbe certamente preferito nascere a Tucson, Arizona, o giù di lì. Ma cowboy si nasce mica si diventa solo per un cappello e un paio di stivali. La Carretera è un orgoglio, 25 mila chilometri, misura, dall’Alaska fin giù a Valparaiso, in Cile.

Fa niente se sono tutte strade diverse giunte tra di loro, fa niente se il tratto che stiamo percorrendo è una buca continua e il rischio di essere frantumati da un bus pubblico in sorpassi spettacolari è grosso. “Siamo su un’opera d’ingegno moderna, grandiosa come un tempio antico” mi dice il cowboy maya. Attraversa tutto il Paese, un po’ sbrindellata, un po’ perfetta perché la stanno rifacendo in molti tratti. In Guatemala ci sono circa 12.700.000 abitanti stimati, di cui 3 milioni e mezzo stanno nella capitale, Città del Guatemala. La maggior parte vive in zone rurali in un territorio inospitale anche se spettacolare, occupato per due terzi da montagne e la maggior parte, cioè l’80%, vive al di sotto della soglia di povertà. Città pericolosa, la capitale, dicono le guide, ma è la solita città sudamericana. Traffico da formicaio attaccato da un formichiere, quartieri che è meglio evitare, appassionati della caccia al borsellino del turista sprovveduto sguinzagliati un po’ ovunque. Certo Città del Guatemala non è da prendere sottogamba, girando con i bermuda a fiori, l’aria svagata, un palloncino in mano e il borsello con passaporto e denaro legato in vita. Prendete pure il vostro autobus colorato perché sopra c’è un’umanità sconosciuta e nella capitale si legge la storia di un Paese tormentato appena uscito da anni di guerra civile e da una storia che di dittature e violenze, a partire dalla conquista spagnola, che avrebbe sfiancato qualunque popolo.

Arte locale

Ci sono capitato durante la festa degli studenti, una specie di festa popolare con mascherate di massa e cortei goliardici per le vie del centro con tanto di tribune erette per l’occasione. E l’atmosfera era di allegria, di spensieratezza, in contrasto con i tradizionali tragici bollettini che riguardano la povera Ciudad de Guatemala. Per la fortuna turistica del Guatemala 45 chilometri a est c’è Antigua. Antigua è un’altra cosa. E’ una magnifica città coloniale, linda e pulita, così perfetta da sembrare rifatta. E in gran parte davvero lo è visto che i terremoti provocati dai tre magnifici e tremendi vulcani che la circondano, Agua, Fuego e Acatenango ogni tanto ne buttano giù un quartiere, una chiesa, qualche vecchio palazzo ancora oggi. Il Guatemala è una pentola che bolle anche se la maggior parte dei vulcani che tappezzano il territorio da nord a sud sono per il momento inattivi. Nel 1773 l’Agua, il Fuego e l’Acatenango si diedero da fare seriamente e la buttarono giù praticamente tutta. L’hanno rimessa in piedi con grande attenzione, nascondendo perfino i cavi elettrici.

Ma se capiti nella Settimana Santa ecco che ripiomba nella spettacolare sacralità guatemalteca, confusa tra un cristianesimo avventuroso e l’esigenza di spettacolarità che forse deriva dai vecchi riti maya. Non dimentichiamo che dai gradini su cui eravamo appollaiati a Tikal, i sacerdoti strappavano cuori e membra e buttavano giù vittime sacrificali. E’ tradizione che le strade, durante la Semana, vengano decorate con segatura colorata con la quale si disegnano figure che un artista di strada invidierebbe. Dal circondario arrivano folle di migliaia di persone con viaggi allucinanti di ore e ore sui pick up in piedi per perdersi nel rito collettivo delle processioni. Processioni spettacolari, come sanno fare i latini, con altari trasportati a spalle da cento uomini, lunghi come un tir. Così la Antigua regno incontrastato del turista, per una settimana diventa il più grande, affascinante spettacolo popolare autentico del Guatemala. Esci dalle processioni che sai di incenso.

Il Guatemala on-the-road, che è quel che si deve fare, ti porta poi su per le montagne, su strade complicate, in villaggi tutti diversi ma con una caratteristica comune: sono tutti colorati. Cioè la gente è colorata, i mercati sono colorati, le case sono colorate, le chiese sono colorate. Guardate la facciata gialla della chiesa di San Andres Xecul, per esempio. I cimiteri sono colorati. Come quello di Chichicastenango. Come se i colori dovessero cancellare le difficoltà, la povertà, i guai della vita. Finisco a Totonicapan, in un giorno di mercato. Ed è il mio primo mercato. Spettacolare ma niente al confronto del mercato di Chichicastenango, dove ci si arriva dopo un lungo drammatico-affascinante trasferimento. Drammatico per la strada, affascinante perché è un altro viaggio dentro il Guatemala reale. Chichicastenango è famoso come Antigua. E il suo mercato come la Semana Santa di Antigua.

Religione

Poi il giorno dopo il solito fiume di gente e la chiesa gremita di santoni maya con turiboli fumanti intenti ai soliti riti ibridi, un po’ cristiani un po’ maya. Gente colorata e strane atmosfere tra magia e giochi puerili. Sarà perché vedi tutti questi colori addosso alla gente che in fondo il paesaggio ti sembra quasi inadeguato. Si va a Santiago sul lago Atitlan e ti aspetteresti colori da lago di Garda, ma stanno bruciando i campi di canne di zucchero, quel che resta dopo il raccolto. E c’è un fumo leggero che copre tutto. Vedi solo i rettangoli luminosi dei campi coltivati mentre dall’alto di una strada di montagna cali verso il lago, l’acqua è di un azzurro pallido. E’ a Santiago che incontro per la prima volta San Simon, un santo (ma non è riconosciuto dalla Chiesa, naturalmente), insomma un personaggio venerato come un santo che beve come una spugna e fuma come un turco sigari enormi. E’ rappresentato da un personaggio vestito all’occidentale con un abito scuro, ha i baffi e sembra un mafioso siciliano d’altri tempi. Si ospita di casa in casa e ci si riunisce davanti a lui portando in dono acquavite e sigari e passando giornate a recitare litanie strane. Non mi è simpatico. E’ anche brutto, ha qualcosa di fasullo. Non vedo come possa un maya venerare un personaggio così poco elegante. Loro così raffinati. E mi viene in mente la sera, su a Tikal, appollaiato sui gradini del tempio a respirare raffinate atmosfere magiche.

Testo di Lucio Valetti | Foto di Sergio Pitamiz RIPRODUZIONE RISERVATA © LATITUDESLIFE.COM

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