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Cile. ALMA, l’occhio del mondo

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Sorge nel deserto di Atacama a 5.000 di quota, in uno dei posti più aridi al mondo. Nelle sue viscere neppure un microbo. Le montagne impediscono la formazione di nubi e il Grande Occhio scruta l’universo

Immaginate di trovarvi nel deserto più arido del nostro pianeta, in un insolito altopiano dal nome evocativo: Chajnantor. Siamo ad oltre 5.000 metri di altitudine e il sole brilla con una forza incessante. Tutt’intorno una serie di antenne dislocate in uno scenario fantascientifico, che ricorda il celebre capolavoro di Kubrick o, ancor più, quello di Zemeckis. Varchiamo le soglie di un mondo parallelo, entriamo ad ALMA, semplicemente il più grande progetto astronomico sulla Terra. Completato il primo di ottobre del 2013 con la consegna dell’ultima antenna, ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) è un radiointerferometro astronomico, in pratica un super osservatorio composto da uno schieramento di ben 66 radiotelescopi per lo studio dell’universo freddo, un progetto costato 1.600 milioni di dollari e che vede la partecipazione di Europa (25 antenne), Stati Uniti (25 antenne) e Giappone (16 antenne). Situato ai margini settentrionali del deserto dell’Atacama, in Cile, a circa 400 chilometri di distanza dai quattro grandi telescopi a specchio di ESO a Cerro Paranal, il progetto ALMA ha una funzione ben diversa: è stato concepito infatti per studiare la nascita delle stelle nel suo universo primordiale, un’analisi molecolare che va molto indietro nel tempo, spingendosi fino a quei 13.7 miliardi di anni fa, quando tutto ebbe inizio. Fu il professor Massimo Tarenghi, già direttore di ESO, a pensare a questo grandioso progetto a fine anni ’80 e fu sempre lui il primo a dare l’inizio ufficiale ai lavori nel novembre del 2003.

Ma cosa rappresenta in pratica l’universo freddo?

I pianeti, le nubi di polvere e i gas sono la culla dei sistemi solari come il nostro – ci spiega il prof. Gianni Marconi, astronomo italiano e ricercatore ad ALMA – in pratica tutte le strutture cosmiche che cadono sotto questa soglia e si avvicinano a temperature di poche decine di gradi. Contrariamente allo studio dell’universo caldo, che viene effettuato con i telescopi a specchio, la radiazione emessa dalle polveri dei gas freddi è invece rivelabile solo con i radiotelescopi ed ALMA ha il compito di osservare proprio questo tipo di lunghezze d’onda, quantificabili sull’ordine dei millimetri o poco meno. E visto che i fenomeni più interessanti per l’origine dell’universo avvengono sia in principio che alla fine in strutture cosmiche fredde, ecco il perché di questo progetto.

Quali sono state le principali scoperte di Alma?

Abbiamo iniziato le osservazioni scientifiche nel 2012 – prosegue Marconi – con un numero di antenne limitato a 16 e siamo riusciti a definire per la prima volta i contorni di un anello di gas e polvere fredda, possibile luogo di protopianeti, di altri possibili mondi. Altre ricerche ci hanno portato alla scoperta di molecole attorno alle stelle, una molecola simile allo zucchero, la glycoaldeide, che potrebbe fornirci risposte chiave sull’esistenza di altri sistemi solari simili al nostro e, soprattutto, se sussistono le basi della vita per come noi le conosciamo.

Quale ruolo ha avuto l’Italia in questo progetto e quante antenne ha posizionato sul plateau di Chajnantor?

Il nostro paese ha avuto un ruolo di primaria importanza – specifica l’ing. Stefano Stanghellini, responsabile antenne per l’Europa – visto che tutte le 25 antenne europee sono state progettate in Italia e poi realizzate da un consorzio europeo che comprendeva comunque molte aziende italiane. Le difficoltà maggiori di questi radiotelescopi con parabole da 12 metri in fibra di carbonio, sono la precisione e la stabilità della superficie che deve essere aggiustata a circa 10-15 millesimi di millimetro e rimanere tale per alcuni anni anche in condizioni meteorologiche estreme, con temperature che variano nel corso della stagione dai –20°C a + 20°C con vento, sole, pioggia e neve.

Una singola antenna ha un costo di 6 milioni di euro e la manutenzione non è certo cosa semplice

Già operare a 5.100 metri di quota è di per sé impegnativo – interviene Silvio Rossi, ingegnere elettronico in forza ad ESO e ALMA – per le condizioni ambientali che limitano anche l’operatività fisica di noi tecnici. Il primo giorno di lavoro non ci è concesso rimanere fuori per più di due ore, respiriamo ossigeno in bombola finché i polmoni pian piano non aumentano la loro capacità e si adattano all’alta quota. A livello tecnico i cablaggi risentono dell’alta irradiazione solare e dei venti che trasportano polveri con elevato contenuto di particelle in rame“.

Forse non lo scopriremo mai, ma se un giorno qualcuno capirà la formazione del nostro universo dopo il big-bang, ALMA avrà i suoi buoni meriti.

Testo e foto di Luca Bracali RIPRODUZIONE RISERVATA © LATITUDESLIFE.COM

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