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Arizona e New Mexico come in un American Movie

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I cactus giganti, le polveri rosse, i canyon remoti. I luoghi iconici dei nativi, i pueblos indiani, le highway. È il Southwest immaginifico che abbiamo conosciuto nei film. Tra Arizona e New Mexico  va in scena il “vero” road movie della grande  provincia americana.

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Panorama sui ‘butte’ della Monument Valley © Lucio Rossi Latitudes

Basta uscire da Phoenix per entrare in un film. È la quinta area metropolitana d’America e appena fuori città i saguaro, gli imponenti cactus simbolo del deserto americano, disegnano l’orizzonte con la loro caratteristica sagoma a candeliere. Lenti nella crescita, in grado di incamerare tonnellate d’acqua e di dare rifugio a molti animali del deserto, i saguaro rappresentano un’immagine iconica del sud ovest degli Stati Uniti  e sono presenti in decine di produzioni cinematografiche (da Ombre Rosse a Thelma e Louise) e fumetti che hanno forgiato la nostra cultura per immagini del sud ovest americano.

Grand Canyon

Ma la nostra prima meta, il Grand Canyon, è molto più a nord e appena si comincia a salire di quota i cactus spariscono per lasciare posto alle foreste di conifere, i Ponderosa Pine. La strada attraversa Sedona, buen retiro di star del cinema e celebri scrittori, passa per Flagstaff, dove incrocia un’altra icona del ‘sogno  americano’, la mitica Route 66, prima di giungere al Grand Canyon. Provenendo da Phoenix si entra dall’accesso sud (South Rim). E’ il più grande canyon al mondo ed è ovviamente un luogo maestoso ma tocca pagare dazio alla sua stessa fama: ogni giorno è visitato da migliaia di turisti e guadagnare il bordo del canyon, tra comitive vocianti e professionisti dei selfie, può essere laborioso. Una volta conquistato il diritto di affacciarsi ci si trova di fronte a uno scenario di una vastità unica: 16 chilometri di ampiezza, profondo quasi due, il nastro d’argento del fiume Colorado che scorre ai piedi di pareti rocciose scavate nel corso dei millenni: per un attimo la folla svanisce, il respiro rallenta e lo sguardo si perde. Avrete tempo di trovare punti di vista meno affollati camminando lungo il bordo del canyon e infine la visita dalla Watchtower, una costruzione degli anni ’30 realizzata con l’intento di assomigliare alle costruzioni Pueblo, completa l’esperienza e permette di fare le ultime foto: impagabile!

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Il Grand Canyon dal South Rim © Lucio Rossi Latitudes

Monument Valley

Si riprende la strada in direzione nord est, verso la Monument Valley (un Tribal Park gestito dalla Navajo Nation), al confine con lo Utah, attraversando luoghi magici già nel nome, come il Painted Desert, il deserto dipinto, lo stesso posto dove la Nasa ha testato il robot inviato su Marte perché è il posto più simile alla superficie del Pianeta Rosso che si trovi sulla Terra. Una visita a Tuba City, al Centro Culturale Navajo e Museo interattivo, vi servirà per cercare di comprendere i mondi e i miti della complicata mitologia indiana. La materia è molto intricata, quel che resterà impresso è il suono della lingua Navajo ascoltata nei filmati. Del tutto incomprensibile, al punto che venne usata durante la seconda guerra mondiale per impedire ai giapponesi di intercettare le comunicazioni strategiche, l’unica parola che potrete sperare di ricordare è Ya’at’ééh, il saluto Navajo. È una lingua dal suono dolce, sussurrata e flautata, che diventa struggente e ipnotica quando è impiegata nei canti, se poi ci aggiungete i tamburi e le danze attorno al fuoco ai piedi di una Mesa accesa dall’ultimo sole tutto diventa molto suggestivo. La notte trascorre in un Hogan Navajo: una semplice capanna di fango e legni intrecciati che separa dalle stelle che avvolgono i pinnacoli della Monument Valley come un’immensa coperta. Nessuna comodità, solo una stuoia e un sacco a pelo ma l’esperienza è unica. L’alba arriva presto con tutti i suoi colori, prima il blu cobalto poi appena il sole scavalca l’orizzonte inonda la vallata di tinte calde. La temperatura è bassa, l’atmosfera cristallina, e il caffè preparato dai Navajo giunge puntuale a spazzare via l’aria frizzante della notte. La Monument Valley è la quintessenza del viaggio nel selvaggio West, quello che tutti hanno sognato almeno una volta nella vita, il luogo più fotografato d’America, sfondo di decine di produzioni hollywoodiane (ricordate quando Tom Hanks/Forrest Gump si stufa di correre?) e non sorprende quel lieve senso di già visto che per nulla attenua lo stupore di fronte a tanta meraviglia.

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Una iconica immagine del Monument Valley Navajo Tribal Park © Lucio Rossi Latitudes

Canyon de Chelly

Il Grand Canyon è certamente un posto maestoso, uno tra i più famosi Parchi Americani, bello da levare il fiato; ma il Canyon de Chelly, poco distante dal confine con il New Mexico, è più intimo e non è da meno: un Monumento Nazionale che merita un posto di rilievo tra i più grandi scenari outdoor del nord America. Lo si capisce subito all’arrivo: il parcheggio per i grandi bus è più piccolo che al Grand Canyon, quindi niente orde di turisti con cappellino, quelli sono tutti dall’altra parte. Soprattutto niente voci, qui si può ascoltare il suono del vento. Dal bordo superiore un facile sentiero da percorrere in circa un’ora conduce ai piedi della gola, tra archi e pareti di rocce rosse. Gli Anasazi (gli antenati degli odierni nativi americani Hopi/Zuni) hanno abitato qui, lasciando tracce del loro passaggio nelle costruzioni rupestri addossate alle pareti del Canyon, ma oggi sono le popolazioni Navajo che risiedono su queste terre, coltivando e allevando bestiame. Con circa 300 mila membri e un territorio più vasto di quello di stati come il Massachusetts e il Vermont, i Navajo dominano il panorama fisico e politico di questi luoghi. La Nazione Dinè (che in lingua Navajo significa il Popolo) sono la tribù più potente e numerosa. “I Navajo sono come le lattine di birra: dovunque vai ce n’è una” è una battuta popolare e dal vago sentore razzista che circola da queste parti ma rende bene la dimensione della comunità Navajo. Incrocerete il loro sguardo fiero contornato da capelli neri e lucenti, li vedrete vivere in piccoli clan familiari, poco distanti dalle cittadine, sempre con un Hogan nelle vicinanze con l’entrata rivolta a est per benedire il sole che sorge; li troverete nei luoghi di incontro, come l’Hubbell Trading Post a Ganado, confine tra Arizona e New Mexico, intenti a tessere pregiati tappeti o a creare gioielli in argento e turchese. Li osserverete e capirete che sono un grande popolo, una delle poche tribù indiane che hanno saputo tenere testa al governo degli Stati Uniti, degno di ammirazione e rispetto.

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Indiano Navajo © Lucio Rossi Latitudes

New Mexico e le terre dei Pueblos

Lasciata l’Arizona si entra in New Mexico. La famosa cittadina di Gallup, protagonista di film e fumetti, passa quasi inosservata lungo la main street, come un qualsiasi incrocio di strade. Il primo punto di arrivo è la città di Acoma. Questo è il territorio dei nativi Pueblos. Con il termine Pueblo non si indicano propriamente gli indiani ma i villaggi in cui vivevano alcune tribù di New Mexico e Arizona. Questi pueblo vennero costruiti dagli Anasazi (gli antenati degli odierni nativi americani Hopi/Zuni): erano vere e proprie cittadine fortificate che furono abbandonate prima dell’arrivo dell’uomo bianco e da queste abitazioni presero il nome di “Pueblo” anche gli indiani che le abitavano. Fondata nel VII secolo, Acoma è il luogo abitato più antico degli Stati Uniti. È chiamata anche Sky City, città del cielo, collocata com’è su una mesa alta cento metri sulla pianura circostante, più arroccata dei nostrani villaggi medievali. Questo tuttavia non impedì agli Spagnoli di conquistarla. Le case erano in paglia e argilla (adobe) con piccole finestre in un materiale simile all’alabastro che rifletteva i raggi del sole al tramonto, tanto che quando gli spagnoli l’avvistarono credettero che tutto il villaggio fosse pieno d’oro. Una cattedrale francescana con accanto un piccolo cimitero, una piazza per le feste e un solo albero in tutto il villaggio, non c’è molto altro ad Acoma. Straordinaria è invece la via di accesso: una scala scavata nella roccia che poteva facilmente essere difesa e che è interessante percorrere in discesa per raggiungere il vicino Centro Culturale che ospita un interessante museo e un ristorante dove provare le ricette Pueblos, a base di mais, zucca e fagioli.

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Taos Pueblo in New Mexico © Lucio Rossi Latitudes

Taos Pueblo

Ci sono 19 Pueblo in New Mexico e se non c’è tempo di conoscerli tutti dovrete almeno visitare quello più settentrionale. A nord di Santa Fe, capitale dello Stato, c’è Taos Pueblo, un sito Unesco da visitare assolutamente. Sorge lungo il Red Willow Creek o Rio Pueblo, un piccolo fiume che sgorga dal Sangre de Cristo Mountain Range che attraversa il villaggio. All’ingresso del paese c’è la chiesa di San Geronimo, nella tipica architettura spagnola, mentre gli edifici della parte settentrionale rappresentano la più grande struttura Pueblo ancora abitata e gli archeologi sembrano concordare sul fatto che vennero costruiti tra l’anno 1000 e il 1450. Realizzati in mattoni di paglia e argilla che superano il metro di spessore, il cui obiettivo principale era la difesa, sono tra gli edifici più fotografati degli Stati Uniti. Nelle case non c’è luce né acqua, vietate per preservare l’unicità del luogo. Data la sua collocazione è stato un importante centro di commerci che serviva messicani, spagnoli e gli indiani delle pianure. Oggi gli abitanti della comunità continuano a vivere secondo le ancestrali tradizioni delle gente Pueblo e si dedicano alla produzione di artigianato in cuoio, dipinti e gioielli. Amore, rispetto, compassione, fede, comprensione, spiritualità, equilibrio, pace e empatia in una connessione costante con gli antenati e con la Terra. Questi sono i valori su cui si fondano le comunità Pueblo. Difficile trovare qualcuno che non sia d’accordo.

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Testo e foto di Lucio Rossi| Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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Info utili

Informazioni

L’itinerario che suggeriamo in queste pagine si svolge attraverso Arizona e New Mexico, quindi molte informazioni sulle destinazioni si possono trovare nei siti ufficiali dei due Stati. Per informazioni sulle possibilità di viaggio nelle terre dei Nativi Americani  visitate il sito dell’Aianta (American Indian Alaska Native Tourism Association) e quello  sulle esperienze nell’America dei nativi. Per materiale e informazioni in italiano consultare il sito di Visit USA Association Italy

Come arrivare

La città migliore da cui partire alla scoperta delle terre dei nativi del Sud Ovest americano è Phoenix, Arizona. Dato che non esistono voli diretti dall’Italia e bisogna fare uno scalo in una città americana il viaggio dura circa 20 ore. Le migliori soluzioni le offrono Air France e KLM via Atlanta o Minneapolis. Questo è il classico viaggio fly & drive quindi una volta atterrati, se non siete in un viaggio organizzato, vi servirà un’auto che potrete noleggiare con Alamo o Hertz, in America l’affitto di un’utilitaria ha costi contenuti.

Quando andare

In generale, il clima dell’Arizona presenta temperature elevate e scarse precipitazioni, anche se all’interno dello stato si distinguono diverse zone climatiche. Quella di interesse per l’itinerario proposto è la zona settentrionale dell’altopiano del Colorado che si sviluppa a una altitudine tra i 1500 e i 2000 metri. Qui le estati sono calde mentre gli inverni sono freddi e ventosi con precipitazioni nevose anche frequenti. Il clima New Mexico è famoso per l’elevato numero di giornate soleggiate tuttavia, data la presenza di alte montagne nella parte nord, il clima e la temperatura sono mutevoli, con inverni abbastanza rigidi ed estati calde, in modo particolare nelle zone desertiche della parte meridionale dello stato. Un viaggio come quello proposto può essere pianificato tra i mesi di aprile e settembre.

Dove dormire

Santa Fe è il punto migliore per fare base in New Mexico, da qui è facile spostarsi per le varie escursione e poi è una città che vale la pena visitare. Un’ottima soluzione è fermarsi al Hotel Santa Fe

Documenti

Passaporto elettronico e autorizzazione ESTA da richiedere via internet al sito dedicato. L’autorizzazione costa 14 dollari, dura due anni e va ottenuta prima di partire e portata con sé al momento del check-in in aeroporto. Per informazioni dettagliate visitare il sito dell’Associazione Visit USA.

Lingua

Americano, che è un inglese modificato da molti termini in slang. In generale meno formale dell’inglese.

Religione

28% cattolici, 51,4% protestanti, 3% altri riti cristiani, 4,5%  altre religioni.

Valuta

Dollaro americano.

Elettricità

110V. Necessario un adattatore.

Abbigliamento

Nel periodo estivo, durante il giorno le temperature possono superare i 40 gradi ma senza umidità quindi dovrete portare dei vestiti leggeri e qualcosa per proteggervi dal sole. Dato che l’itinerario si svolge oltre i 1500 metri di quota alla sera la temperatura cala sensibilmente ed è necessario avere una giacca anti vento.  In inverno le temperature scendono intorno allo zero e può nevicare

Telefono

Alcuni operatori telefonici italiani permettono di chiamare dagli Usa con sim italiana a una tariffa flat giornaliera con inclusi minuti, sms e traffico internet. Si consiglia di contattare il proprio operatore mobile.

Suggerimenti

Entrare in contatto con le popolazioni native significa anche conoscere e capire la loro cultura e rispettarne usanze e tradizioni. Le popolazioni native sono generose e ospitali ma richiedono che i visitatori abbiano la cura di mantenere atteggiamenti adeguati in presenza di cerimonie religiose e luoghi di sepoltura. Chiedere sempre il permesso prima di fotografare le persone.

Da visitare

La visita alla mostra “We Are of This Place: The Pueblo Story.”presso il The Indian Pueblo Cultural Center ad Albuquerque è la doverosa conclusione di un viaggio alla scoperta dei Nativi del sud ovest e permette di conoscere la storia dei Pueblo nativi del New Mexico.

Link utili: Grand Canyon National Park; Monument Valley Navajo Tribal Park; Taos Pueblo; Acoma Sky City; Explore Navajo