Giapponesi sulle nevi Svizzere

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Turisti giapponesi prendono d’assalto il treno della Jungfrau

Piccoli, frenetici, non propriamente belli, vestiti nei modi più strani – dal multicolore equipaggiamento da montagna al vestitino svolazzante che mostra ampie porzioni di pelle accapponata per il freddo – ansimano per le vie di Grindelwald spingendo con impegno valigioni più grandi di loro, per fortuna provvisti di rotelle. Sono dappertutto. Nel fondovalle come sulle cime più disperatamente alte; nei molti trenini della zona come sulle cabinovie (che qui chiamano “gondole”) sulle teleferiche, sulle seggiovie. Naturalmente, quando arrivano nell’albergo prenotato dal Giappone, lo trasformano, all’ora della colazione o dei pasti, in una piccolissima Tokyo o Nagoya o Kyoto; a scelta. Sono i giapponesi della Svizzera. Per metterli a loro agio, quest’angolo di Oberland Bernese ha quasi cambiato pelle; le scritte con ideogrammi affiancano quelle delle solite lingue turistiche: tedesco, inglese, francese, più spagnolo che italiano; persino le banche hanno l’insegna nella lingua dei Samurai. I tratti grafici per noi misteriosi si trovano ovunque: nei menù dei ristoranti, nelle offerte di attività sportive e ricreative, nei programmi dettagliati delle molte possibili escursioni. Per Grindelwald il turismo giapponese occupa in assoluto il primo posto; è una meta irrinunciabile delle loro vacanze. Ma come è nato l’amore dei giapponesi per le montagne della Svizzera centrale? L’inizio data dal 1921, quando il giapponese Yuko Maki, in compagnia di tre famose guide di Grindelwald, riesce a conquistare la Mittellegigrat, la cima nord-orientale dell’Eiger. La popolarità del luogo aumenta dopo la visita in zona dell’Imperatore Hirohito e per le successive imprese di sei scalatori giapponesi che nel 1978 “aprono” una via invernale sull’Eiger.

Occorreva altro per scatenare un vero e proprio “pellegrinaggio” continuo dal Giappone alla Svizzera? I figli del Sol Levante si commuovono per la vista superba che si gode, una volta raggiunta la vetta rocciosa che ospita l’Osservatorio Astronomico, sull’immenso catino di neve e di ghiaccio che si allarga ai piedi dell’Eiger (3.970 metri) del Monch (4.099) e della Jungfrau (4.158). Ma lo spettacolo è due volte interessante se si osserva la gran folla di turisti che dilaga sul bianco abbagliante, punteggiandolo di cento differenti colori; i colori delle eterogenee mise sportive. Non sono poche le scarpette da passeggio o da tennis. Non sono rari i vestiti leggeri e le braghette corte. Per poi scivolare, in qualche caso, in tenute invernali da far invidia alle spedizioni himalayane. Sul ghiacciaio della Jungfrau staziona un elicottero per chi ha da spendere e vuole provare emozioni forti, sfiorando in volo la terribile parete dell’Eiger, sulla quale si aprono finestroni di cristallo per chi compie il tragitto in treno (due stazioncine intermedie) e guarda giù, se non soffre di vertigini. Sempre sul ghiacciaio c’è chi ciabatta con gli sci ai piedi o prende le slitte guidate dai cani huskies. Non manca il “fai-da-te” dei giapponesi, che divertono i piccoli sedendosi su un foglio di plastica e lanciandosi, gambe al vento, giù per la conca ghiacciata.

E quando il sole in Svizzera non c’è, o peggio, quando le nuvole basse, la pioggia, la neve, fanno sparire questa meraviglia della natura? Nessun problema. C’è l’interno della montagna, sforacchiata come un gruviera (svizzero) da cento gallerie e passaggi, e c’è il complesso “Top of Europe”, tutto vetri, legni e cemento, sospeso sul bordo del ghiacciaio. Ristoranti, bar, terrazze, sale per conferenze, ufficio postale e negozi a gogò; zeppi di coltellini svizzeri, di souvenir, di piccole mucche di legno, di campanacci d’ogni misura, di bandierine giapponesi, di magliette e di maglioni completi di ideogrammi. Non manca un fantastico labirinto scavato nel ghiacciaio, passaggi e cunicoli che mettono freddo solo a guardarli; ogni tanto sfociano in spazi più ampi – quasi delle piccole piazze – nelle quali campeggiano sculture di tutti i generi. Potevano mancare un enorme Budda, una gentile geisha?  I turisti orientali, in particolar modo le donne, emettono gridolini di sorpresa e di gioia e si danno di gomito, soddisfatti. Un nastro inciso in sei lingue (comprese l’italiana e la giapponese) accompagna il fiume umano di visitatori – sono sempre tanti, col bello come col cattivo tempo – nel tragitto che il trenino compie nelle viscere della montagna. Mai avrebbe immaginato, l’ingegnere svizzero Adolf Guyer-Zeller, che un secolo abbondante dopo un esercito di omini gialli avrebbe approfittato del buio del suo tunnel – costruito nel 1893– per pisolare, esausto, prima di ritornare a valle. Il pensiero e le residue energie già rivolti agli spostamenti successivi.

Libertas Dicendi n°220

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

 

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