Turismo di testa fra storia, arte e fede

Abbazia Cistercense Chiaravalle
Abbazia Cistercense di Chiaravalle

I famosi ponti di più giorni messi assieme per gite prolungate, sono una cosa. Altro è accontentarsi (con profitto) di un turismo fuori porta praticato in un solo giorno, in auto e con famiglia al seguito, inseguendo aria buona, panorami distensivi e concedendosi una rispolveratina di cultura che giustifica in parte quel “turismo di testa” del titolo. Divertimento e relax di sacrosanto diritto, ma perché non approfittarne per apprendere piccole “cose” in più, magari sconosciute prima? Ecco allora un iniziale suggerimento al quale altri seguiranno. La meta è nel nord Italia, in provincia di Piacenza e il filo conduttore, provenendo da Milano o da Bologna, è l’Autostrada del Sole col casello d’uscita a Fiorenzuola;a pochi chilometri dalla cittadina c’è il primo luogo da visitare: l’Abbazia Cistercense di Chiaravalle della Colomba, così detta perché pare sia stato il fondatore Bernardo di Chiaravalle (anno 1135) ad aver scelto il luogo dell’edificazione dopo che una colomba bianca, arrivando chissà da dove, vi aveva fatto il nido. L’importante complesso monastico ha subito profonde trasformazioni nel XVII secolo, tendenti al ripristino delle primitive forme romaniche. La chiesa ha una facciata molto semplice ed è preceduta da un atrio a tre archi con loggette laterali; di particolare fascino è l’armonioso chiostro, scandito da piccole arcate con colonne angolari che riportano il motivo gotico del “nodo”. Tutto il complesso, che si trova sull’antica Via Francigena che collegava Piacenza a Fidenza, è di notevole suggestione, specie quando vi si svolge l’infiorata, in concomitanza con la festa del Corpus Domini.

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Castell’Arquato in provincia di Piacenza

La seconda meta di giornata è Castell’Arquato che si raggiunge con la strada provinciale n° 4. Il paese si sviluppa ai piedi della collina sulla cui sommità spicca il centro monumentale. La configurazione urbanistica di Castell’Arquato è davvero singolare e di grande effetto scenico: scorci panoramici, case di ridotte proporzioni costruite in laterizio e pietra tufacea, collegate da stretti vicoli lastricati. Il borgo antico risale forse all’epoca romana ma viene ricordato già nell’VIII secolo, quando era di proprietà del vescovo di Piacenza. Dal 1200 in poi il paese è passato attraverso differenti signorie (Scotti, Visconti, Sforza) sino al 1707, anno in cui è divenuto proprietà della Camera Ducale di Parma. Da vedere quindi sono il Palazzo Ducale, la cui origine è del XIII-XIV secolo e il Torrione Farnesiano, cinquecentesco mastio dai grandi archi concavi. Il cuore di Castell’Arquato è comunque rappresentato dalla piazza Alta o del Municipio, nella quale spiccano il Palazzo Pretori, la parte absidale della Collegiata e la Rocca che sovrasta la valle sottostante. Nella Collegiata di Santa Maria è notevole una vasca battesimale in pietra monolitica risalente all’VIII secolo. Il chiostro conduce al museo della Collegiata che raccoglie preziose oreficerie e dipinti di soggetto sacro. Dell’anno 1343, eretta dal Comune di Piacenza, è la Rocca, un tempo poderosa opera difensiva.

Terzo e ultimo luogo di visita è l’area archeologica di Velleia. Il sito, scoperto per caso nel 1747, è formato da un insediamento protostorico, forse dell’Età del Ferro, divenuto in seguito fiorente municipium romano. Le rovine mostrano le Terme, il Foro interamente lastricato in pietra arenaria con un porticato su tre lati, quindi la Basilica a pianta rettangolare e quartieri d’abitazione. L’antiquarium, allestito nella palazzina fatta costruire dalla duchessa Maria Luigia, contiene reperti e materiali di scavo, comprese testimonianze di età preromana. Il ritrovamento più interessante di Velleia è comunque visibile a Parma, nel Museo Archeologico Nazionale. Si tratta della tabula alimentaria traianea, un’iscrizione bronzea rinvenuta nei pressi di Velleia. È la più grande iscrizione d’epoca romana: misura quasi un metro e mezzo in altezza per circa tre metri in larghezza. Curiose sono le vicissitudini delle quali è stata oggetto: trovata nel 1747 durante i lavori di sistemazione di un campo, è stata dapprima smembrata e venduta– perché fosse fusa – da un religioso del luogo; i vari pezzi sono stati in seguito rintracciati, ricomposti e restaurati nel 1817 da Pietro Amoretti. L’originale è nel Museo di Parma ma una copia è conservata anche a Velleia. Cosa contiene la tavola degli alimenta? Voluta dall’imperatore Traiano, è un minuzioso elenco (nomi e numeri) di un prestito ipotecario concesso ai proprietari terrieri della zona per incentivare le attività agricole e combattere (anche allora!) lo spopolamento delle zone montane e di collina, come Velleia. Gli interessi derivati da questo prestito erano usati per il mantenimento di fanciulli poveri. L’iscrizione della tavola è stata pubblicata per la prima volta nell’anno 1819.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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