Israele, esperienze e conoscenze

Dan-Bahat-archeologo
Il famoso archeologo israeliano Dan Bahat

Capita, nel corso dell’esistenza, di incontrare persone straordinarie. Persone che possiedono il dono di suscitare un’immediata simpatia che si trasforma – mano a mano che lo scambio di vedute prosegue – in ammirazione a sua volta completata da un infantile senso di invidia perché percepisci che quello che hai di fronte non è un individuo comune. Soprattutto avverti netta l’impressione che la varietà degli impulsi che arrivano (parole, sorrisi, smorfie, pause, riprese vocali, enfasi, silenzi) sono il risultato di un naturale comportamento plasmato e arricchito nel tempo da una cultura che tutto assorbe in sé, pronta a dispiegarsi in infiniti messaggi chiari, precisi, avvincenti.

L’uomo speciale che ho avuto la fortuna di conoscere è Dan Bahat, archeologo israeliano di fama mondiale, nato nel 1938 da genitori che vivevano a Leopoli, quando la città era ancora polacca. Ma i genitori hanno abbandonato le buone condizioni di vita che avevano per trasferirsi nella terra promessa, in Israele, pronti a faticare e a condividere con altri la nascita dello stato ebraico; e qui Dan Bahat è nato e cresciuto, servendo il suo paese e innamorandosi senza rimedio delle “pietre” disseminate ovunque in questa terra, testimoni di una storia densa e complessa che solo quest’area geografica possiede. Una storia di popoli antichi e diversi che si sono incontrati, fusi, divisi, amati e odiati; la storia delle tre maggiori religioni del mondo, costrette dagli eventi a compenetrarsi vicendevolmente. Tutto questo appare chiaro e comprensibile parlando con lo studioso israeliano, proprio perché le sue ricerche, le scoperte archeologiche, le conclusioni scevre da ogni condizionamento esterno e da qualunque influenza politica o religiosa, gli hanno consentito di raggiungere risultati di notevole importanza per la storia del suo paese e per quella, complicata e intrigante, di una città unica nel suo genere: Gerusalemme.

Dan Bahat, incontrato in occasione di un convegno all’Istituto Gonzaga di Milano, parla un italiano molto buono e vivace come i suoi mobili baffoni. D’altra parte, essendo poliglotta, è abituato a declinare nelle lingue del mondo quello che persone di differenti nazioni gli chiedono sui suoi studi, sul suo lavoro. Spesso le domande più frequenti esulano dall’archeologia e si incentrano maggiormente sulla curiosità di sapere come riesca a destreggiarsi quando deve “scavare” (verbo principe della sua vita) avendo a che fare con persone che faticano non poco ad andare d’accordo; da sempre. Non si scompone, l’archeologo ufficiale di Gerusalemme e racconta che il rapporto con gli arabi è improntato al reciproco rispetto. Non facendo polemiche, non assumendo atteggiamenti ostili, ha lavorato in buona armonia con palestinesi, haredim (ebrei ultraortodossi) cristiani ecc.; ed è divertente il paragone che impiega: “…il segreto è la capacità di entrare nella pioggia più violenta rimanendo asciutti”. Il segreto è stato anche quello di instaurare un buon rapporto personale con tutti e non certo di far valere il diritto a scavare o, peggio, di poter esercitare questo diritto con la forza. Nel corso di un’intervista concessa dall’archeologo alla giornalista Fiona Diwan, Dan Bahat ha ricordato che sono stati gli arabi che gli hanno permesso di scavare il Tunnel del Muro Occidentale. Proprio quegli arabi che gli avevano detto: “…a noi non interessa chi rappresenti. A noi importa chi sei tu e il fatto che sei un nostro amico”.

Dan Bahat è una leggenda. Negli anni Sessanta del secolo scorso ha partecipato agli scavi di Masada e si deve a lui la scoperta delle iscrizioni che contenevano i nomi degli ultimi dieci zeloti incaricati di uccidere i compagni prima di togliersi a loro volta la vita, pur di non consegnarsi alla Legione romana che assediava Masada. Come archeologo ufficiale di Gerusalemme e come profondo conoscitore delle vicende della città santa per eccellenza, annovera tra le sue più importanti scoperte quella del tunnel posto alla base del Kotel (Muro Occidentale) i cui scavi hanno fatto riemergere i resti del primo e del secondo tempio, cioè quello distrutto da Nabucodonosor II nel 586 a.C. e quello di Erode, dei periodi bizantino e romano e delle dominazioni crociata, mammelucca e ottomana. Innumerevoli le esplorazioni e gli studi dedicati a questa città unica e profonda la conoscenza delle sua storia e delle sue vicissitudini; raccolte in un gran numero di pubblicazioni (compresa una esaustiva “Storia del Monte del Tempio”) insegnate per mezzo di frequentati corsi universitari (specie a Toronto, Canada) e divulgate attraverso numerose conferenze. Quest’uomo infaticabile ha girato l’Europa (invitato) per raccontare come abbia sempre affrontato il proprio lavoro con rispetto per le idee e le religioni di tutti, ma fedele alla rigorosità scientifica che ha animato le sue ricerche sul campo e negli studi che ne sono seguiti.

Testo del Columnist Federico Formignani|Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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