Cosa Fare sull’isola Nyang Nyang, Mentawai – Indonesia

Le Mentawai sono il paradiso dei surfisti, e su questo non ci piove.

Attività alternative, oltre a cavalcare le onde?

Certo, tutte quelle collegate all’oceano: nuoto, pesca, snorkeling, escursioni.

Per i turisti frenetici di emozioni, la nostra isola era veramente minuscola, quindi non offriva molto, a parte le famigerate onde. Ma c’è un’altra domanda da porsi: quanti non-surfisti – eliminando dalla lista improbabili naufraghi – scelgono come meta un’isola sperduta, famosa esclusivamente per le onde?

La scrematura vien da sé, e se volessimo approfondire ulteriormente questa improbabile statistica, passiamo ad un’altra domanda.

Quanti non amanti nuoto, pesca, snorkeling sono mai approdati deliberatamente a Nyang Nyang?!

Posso alzare la mano? Ok, le alzo entrambe con moto di giubilo, e le agito anche ben bene, giusto per creare l’effetto ola da stadio. Forse ho appena raggiunto un primato.

Breve premessa per raccontare la mia vacanza da intrusa al Beng-Beng Surf Camp.

Assioma: la vita in un surf camp – non di lusso – è spartana e corale.

Ci si sveglia alla stessa ora, si fa la fila per il bagno, si mangia insieme, si va tutti uniti alla ricerca delle onde migliori.

Postulato: la sottoscritta non è abituata alla condivisione con persone appena conosciute, è consona a tutte le comodità e non pratica sport acquatici.

Mattinata tipo al Beng-Beng. Colazione abbondante, chiacchiericcio eccitato, stretching, piegamenti, paraffina, crema solare, scelta dello spot e dubbio amletico: quale tavola mi porto?

Nel bel mezzo di questa frenesia pre-sportiva, un inatteso silenzio, sguardi rivolti verso un unico bersaglio e la domanda di rito: Viviana, tu che fai oggi?!?

Sorrisi indulgenti mi trafiggono, ragazzi aitanti mi scrutano in attesa di un cenno, nella vana speranza di ricevere come risposta, anche solo un bagliore di sportività.

Caspita, perché non ho il dono dell’improvvisazione? Replicare a bruciapelo, sciorinando una serie di avventure atletiche che mi aspettano, in quella mattinata di sole.

Silenzio. Imbarazzo. Colpetti di tosse. Scena muta.

Agito il libro che porto fedelmente sempre nella mano destra ed ammicco all’asciugamano che fa capolino dalla borsa. La risposta vien da sé, e non pensate che io sia straordinariamente noiosa e pigra. Ci vuole talento per approdare in paradiso e leggersi una cosa come 6.000 pagine in dieci giorni.

Dalla terza mattina in poi, la decisione era presa: la mia apparizione giornaliera nel clan del

Beng- Beng sarebbe stata rimandata di un paio d’ore, avrei evitato platea in pantaloncini e domande imbarazzanti.

Quando il chiacchiericcio surfistico svaniva e la barca si allontanava verso le onde, apparivo io, già pronta per sgattaiolare in spiaggia inosservata, manco fossi Eva Kant. Ma tanto, nel giro di pochi passi, si materializzava sempre qualcuno che con sorriso tra il serio ed il faceto, ripartiva a bomba con la domanda di rito.

Silenzio. Imbarazzo. Colpetti di tosse, ghigno trionfale, risposta trovata: oggi inizio un nuovo libro!

Emozioni da cardiopalma mi aspettano, è un thriller.

 

Chiusa questa deprimente parentesi mattutina, posso scagliare una lancia in mio favore?

 

Prima di tutto, da infelice cittadina di una metropoli, allontanarsi del caos e godersi un pò di sano far niente è quanto di meglio io chieda da una vacanza. Quando in Italia cominciavano i primi freddi, gli acquazzoni avevano la meglio e lo stress metropolitano saliva ai massimi livelli, io ero a piedi nudi su una spiaggia meravigliosa e deserta, vagliando il posto più adatto per crogiolarmi al sole e tuffarmi nell’acqua cristallina e tiepida.

Detto questo, io sarei anche amante dello snorkeling, e ahimè, lo confesso, una tantum trovo divertente pescare nell’oceano. A queste attività ludiche, tipiche delle vacanze in ridenti località marine, andrebbe sempre aggiunto un elemento, a mio modesto parere fondamentale: qualcuno con cui condividerle. Magari, la persona che ami?

Peccato che, l’altra metà della mela, sempre fedelmente al tuo fianco nella vita quotidiana, in vacanza adotti inequivocabilmente la stessa, meravigliosa routine:

  • Sveglia all’alba
  • Scorta di calorie
  • Surf
  • Pranzo
  • Riposino
  • Surf
  • Cena
  • Letto presto

Non sono tipo da arrendersi così facilmente, nonostante mi affezioni ad ognuna delle calorie che metto da parte, amo camminare: per ore, in salita, discesa, sotto il sole, da sola, in compagnia, da sola.

Sul traghetto dell’andata, avevamo incrociato un gruppo di francesi amanti del trekking, grande era stata la mia gioia all’idea che la nostra isola potesse riservarmi dei circuiti da percorrere.

In effetti, mio marito aveva subito ridimensionato i facili entusiasmi, dicendo che quel gruppo era diretto su un’altra isola, la nostra non è che fosse proprio famosa per le camminate.

Ma non temere, potrai passeggiare lungamente sulla spiaggia.

1.200 passi, andata e ritorno. Sei minuti circa di camminata, dalla nostra camera al punto più lontano da raggiungere – da sola –  senza dover calcolare maree, guadare ruscelletti, avventurarmi tra le palme. Perché, vogliamo parlare delle palme?

Una mattina, stranamente, ero di fronte al camp in attesa che il gruppo sportivo levasse l’ancora per la sessione di surf, quando qualcuno inizia a gesticolare verso di me. Attenta alle palme!

Ma certo, lo so che se ti cade una noce di cocco in testa, a sei ore di traghetto dalla prima città – ci sono presidi medici nelle vicinanze, non sull’isola – non è che sia proprio piacevole piacevole.

Non c’è bisogno di ricordarmelo.

Allora, perché ti sei piazzata sotto quel ramo gigante?

Caspita, la noce di cocco è sempre in agguato, anche quando non ne vedi l’ombra, puntualmente c’è un ramo anarchico che si piazza sopra la tua nuca.

Per tornare al trekking, leggenda locale vuole che ci siano ancora luoghi dell’isola non del tutto esplorati e di pertinenza unica dei nativi, della serie: gira tranquillamente dove ti pare, fino a prova contraria. Con questo non voglio dire che i locali siano inospitali o pericolosi, mai al mondo mi sono sentita più sicura e spensierata come a Nyang-Nyang. Ma, anche in questo caso, le avventure sono belle, quando condivise – piccola frecciatina a chi sapete voi.

Ora smetto di fare la vittima e vi confesso felicemente che dopo una settimana dal nostro arrivo, la mia dolce metà ed il nostro inseparabile amico Filippo, avevano dato forfait alla sessione sportiva pomeridiana.

Vogliamo analizzare le motivazioni?

Desiderio improvviso di farmi compagnia? Sbagliato.

Siamo realisti e diciamo che le onde quel giorno non erano poi così belle e, rimanga tra noi, i due baldi giovani erano sfiancati da tutte quelle ore in acqua.

 

Svolgimento del pomeriggio libero.

Riposino post pranzo. Amaca. Commenti vari a tutte le sessioni surf delle giornate precedenti.

Accenno di mini passeggiata sulla spiaggia. Noia totale.

Erano arrivati al climax del tedio dopo solo tre ore di svolgimento delle attività in cui io mi dilettavo da giorni. Anzi, no. Io il pomeriggio non riposavo e neanche parlavo di surf.

Che fare? Lampo di genio: sull’isola c’è un negozio, andiamo a fare un pò di shopping. Si!

Alla stregua di tre felici nanetti boscaioli, ci avventuravamo nella giungla rigorosamente in fila indiana. Arrivavamo emozionati ad una serie di casette in legno, una delle quali, non ricordo per quale motivo, somigliava lontanamente ad un esercizio pubblico.

Timidamente entravamo per scoprire che l’offerta commerciale locale consisteva in: dieci pacchi di Oreo, vasta scelta di noodles in scatola e confezioni di snack cioccolatosi, simil-Mars.

Pancia mia, fatti capanna.

Dovete sapere, che alle Mentawai i soggiorni sono tutti full-board, non per motivi di mera speculazione gastronomico-alberghiera, più che altro perché non esistono ristoranti o negozi, almeno nella maggioranza delle isole.

L’attesa per quello che giungerà in tavola ad orario pasti è paragonabile all’emozione che provavi rientrando di corsa da scuola, affamato. Quando in piedi sull’autobus i tuoi amici spettegolavano, ma tu eri lontano, immaginando cosa avesse cucinato tua mamma per pranzo.

Per me quei ricordi sono indelebili, adoravo la cucina di mia madre perché lei era veramente un’ottima cuoca, lo dico a ragion veduta e non per cieco campanilismo!

Soltanto un piatto faceva miseramente naufragare le mie eccitate papille gustative ad una deprimente inappetenza: il riso in brodo.

Beng-Beng staff, ora che sono in Italia, lo posso affermare con certezza: il riso in brodo della nostra vacanza indonesiana sono state le vostre fettuccine al ragù.

Ragù alle Mentawai? Nichts. Rien à faire. Kaputt. Verboten.

Si è vero, i proprietari sono italiani ed hanno egregiamente istruito le ragazze in cucina, capaci di elaborare un pollo al forno veramente notevole, con tanto di patate cotte a puntino.

Perché allora questo ripetuto accanimento sul ragù?

Se posso permettermi un consiglio: più pesce, siamo su un’isola oceanica, e meno fettuccine – non siamo nel centro di Bologna.

Con affetto, la vostra più svogliata nonché buongustaia, cliente.

Testo e foto di Viviana Biffani|Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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