In viaggio verso le Mentawai in Indonesia

Siete mai stati in un luogo remoto, ma così remoto che gli amici vi lasciano in aeroporto il mercoledì mattina, e voi li rassicurate di essere arrivati a destinazione il sabato pomeriggio?!

Un posto tanto lontano che, anche al massimo della concentrazione, non ricordate minimamente come si chiami?

La mia isola che non c’è si trova proprio li, nell’arcipelago delle Mentawai.

Volete sapere il nome, che pignoli. Potrei cavarmela rivivendo l’imbarazzo di un’interrogazione inaspettata, improvvisando informazioni che aiutano solo a prender tempo, del tipo: eravamo in Indonesia, vicino a Sumatra, e l’isola più grande vicina a noi era Siberut! Bocciata.

Mandate un messaggino, controllate il vostro profilo Instagram, insomma, distoglietevi dalla lettura un minuto, giusto il tempo per darmi la possibilità di sbirciare su Google, perché altrimenti potremmo fare notte, ed io comunque non ricorderei il nome dell’isola.

Oplà, fatto: Nyang Nyang! Non ci voleva molto, chi non conosce la celeberrima Nyang Nyang?

Ora che abbiamo la destinazione finale, riassumiamo velocemente il viaggio.

Velocemente potrebbe apparire un eufemismo, ma sarò lapidaria. Promesso.

Prima tratta. Mercoledì. Roma-Dubai, sei ore circa di volo. Fino a qui, roba da dilettanti.

Per renderla un pochino più eccitante, transito di sette ore.

Seconda tratta. Probabilmente giovedì. Dubai-Jakarta, otto ore e spiccioli.

Recupero bagagli. E qui mi permetto una digressione: voi avete idea di cosa significhi viaggiare con due surfisti? Il corredo funerario di Tutankhamon può sicuramente considerarsi più modesto, inclusa la mummia. Sosta e pernottamento nell’indimenticabile Topotel di Jakarta.

Dire che questo albergo si trova all’interno dell’aeroporto sarebbe riduttivo, praticamente abbiamo dormito in pista, con vista sugli hangar: molto poco wanderlust, decisamente comodo ed economico. Terza tratta. Da qualche parte tra giovedì e venerdì. Jakarta-Padang, un’ora e quarantacinque di volo. Recupero bagagli, mummie incluse. Trasferimento in auto, un’ora di traffico indonesiano. Arrivo al Mercure, il migliore albergo di Padang. Avremmo potuto continuare a farci del male, optando per un ostello al porto. E probabilmente in fase di prenotazione la mia dolce metà era propensa ad una scelta più spartana, per fortuna viaggiavamo con un suo amico, surfista si, ma amante delle comodità. L’Indonesia che ho conosciuto – fatta eccezione per le Mentawai – è economica, quindi, semmai doveste passare da quelle parti, non ostinatevi a cercare la soluzione più vantaggiosa. A prezzi concorrenziali rispetto agli standard europei, potrete assicurarvi un letto comodo e pulizia dignitosa.

Prima cosa da fare, prenotare un massaggio e recarsi nella SPA dell’hotel, per concedersi una parentesi di assoluto relax. Domanda della signorina: massaggio normale o strong?

Caspita, vengo da Roma, nelle mie vene scorre sangue gladiatore. Strong, tutta la vita!

Nel giro di venti minuti credevo che mi avrebbe strappato i polpacci con la sola imposizione di quelle manine apparentemente innocue, ma ormai avevo fatto una scelta. Addio relax, benvenuto linfodrenaggio epocale. Doccia e cena in albergo. Primo errore commesso a Padang e primo passo falso del Mercure. Il ristorante – a parte la prima colazione– non è da consigliare.

Con il senno di poi, saremmo andati a mangiare pesce al Samudera Jaya, un ristorante che qualche giorno dopo ci avrebbero descritto come il migliore di tutta Padang, lo abbiamo provato al ritorno. Devo dire che dalla descrizione ricevuta, ci eravamo immaginati un luogo elegantemente indonesiano, io avevo anche osato un vestitino nero e Filippo, il nostro compagno di viaggio, una camicia. Della serie: li abbiamo messi in valigia, usiamoli!

Emanuele era rimasto fedele alla sua t-shirt surfista,  ignorando qualsiasi sguardo e commento da parte di noi due, impomatati nei nostri vestiti per l’occasione. Una volta arrivati, siamo corsi dietro al tassista assicurandoci che non avesse sbagliato indirizzo.

Una trattoria c’era, ed il nome corrispondeva. L’appellativo di migliore ristorante di Padang era probabilmente riferito al cibo, ma non all’eleganza. T-shirt surfista batte tubino nero e camicia 2-0.

Per chiudere la parentesi culinaria, a prescindere dall’apparenza, il cibo era ottimo. Pesce a gogo: fresco, saporito, abbondante, economico. Un’esperienza da ripetere, rigorosamente in pantaloncini ed infradito.

Allora, dov’eravamo?! Cena mediocre all’hotel Mercure, pernottamento. Comoda sveglia alle quattro, di un probabile sabato. Trasferimento albergo-porto, senza colazione.

Imbarco sulla avveniristica Mentawai Fast, il traghetto veloce che collega Padang con l’arcipelago.  Arrivo a Siberut, dopo circa cinque ore di navigazione. L’armatore dev’essere un uomo generoso e amante del cinema: tutto il traghetto è invaso da mega schermi che trasmettono a ripetizione blockbuster indonesiani, nei quali i protagonisti vestono la peggiore moda anni ottanta e cantano a squarciagola canzoni strappalacrime. Purgatorio, non ti temo.

Breve sosta di tre ore o anche più, al porto di non chiedetemi dove siamo. Fame.

Scelte gastronomiche a disposizione: due trattorie-bar che hanno del miracoloso, appena dai un’occhiata alle pietanze, la fame ti passa senza toccare cibo. Risparmi calorie e non tocchi il portafogli. Risali sul traghetto, ti aggrappi al tuo sedile, indossi tutto quello che avevi infilato nello zaino: dal pareo, ai calzini omaggio della Emirates, alle tre paia di bikini, tutto fa brodo. Perché, a dispetto della temperatura equatoriale esterna, nei luoghi chiusi i 10°C sono trendy.

Quanto abbiamo navigato ancora?! Non lo so, non voglio neanche saperlo.

Ad un certo punto, ricordo che abbiamo attraccato da qualche parte, ci hanno sbarcati e ci siamo messi in fila per recuperare i bagagli. Un ragazzo con il sorriso a trecentocinquanta denti si avvicina e chiede: Beng Beng?! Noi annuiamo basiti e sfiniti. In realtà solo io sono sfinita: per un surfista Mentawai è sinonimo di paradiso, qualsiasi stanchezza svanisce con l’avvicinarsi della meta agognata e delle onde. In spagnolobrasilianesco il ragazzo ci dice che lui è la surf guide del camp dove passeremo i prossimi quindici giorni, non dobbiamo fare altro che salire su una piroga a motore – caspita mi ero dimenticata della piroga – navigare per un paio d’ore ed il nostro sogno indonesiano si sarebbe esaudito. Il LORO sogno indonesiano, ormai ero poco propensa ai voli surfico-pindarici: volevo un panino, ed anche un bagno. Sedili scomodi, niente cuscini o poggiatesta, ma le piroghe hanno un vantaggio, anzi due: non dispongono di aria condizionata e di mega schermi, freddo e full immersion filmica erano giunti al termine.

Gli aitanti surfisti che mi circondano, cedono alla stanchezza e si accasciano sulle tavole di legno: allora anche voi siete fatti di carne, ossa e stomaco che brontola. Io non dormo, voglio proprio vedere dove ci stanno portando. L’acqua è blu, incrociamo isolette microscopiche e disabitate, la temperatura è perfetta, inizio a sentirmi alle Mentawai: la pancia rivendica ancora la dose giornaliera di calorie, ma una sensazione di relax e leggerezza inizia ad insinuarsi nella mia diffidenza. Avvistiamo un’isola, leggermente più grande di quegli atolli infinitesimali che abbiamo sfiorato, il motore man mano rallenta, un grande bungalow sulla spiaggia inizia ad intravedersi.

Siamo tutti svegli, infantilmente emozionati, all’erta. Ridiamo, facciamo battute stupide, ci scambiamo sguardi di complice soddisfazione, attracchiamo. Siamo arrivati.

Benvenuti al BengBeng, sarete stanchi ed affamati, ma se volete, siete in tempo per una surfata, prima che sia notte. La risposta vien da sé: io mi appollaio davanti ad un mega piatto di fusilli al pesto e pesce riscaldati dal pranzo, i miei compagni di viaggio si infilano i pantaloncini, smontano le mummie in sei secondi e si imbarcano di nuovo, per raggiungere lo spot.

La nostra vacanza è cominciata. Pesco il telefonino dallo zaino, controllo la connessione, che anche in mezzo al nulla miracolosamente esiste e mando un messaggio, che cito fedelmente: arrivati! E dall’Italia, contestualmente si chiedono: arrivati? Dopo quattro giorni? Mentawai o Marte?!

Testo e foto di Viviana Biffani|Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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