Il Cembalo Scrivano

Le parole, per lunghi secoli, sono state tramandate dalla tradizione orale attraverso le generazioni e per mezzo di documenti tracciati dalla mano dell’uomo su svariati supporti, tra i quali alla fine ha finito per prevalere la carta. Questo, sino a quando è stata inventata la macchina per scrivere (e non “da scrivere”!). Merito dell’avvocato novarese Giuseppe Ravizza (1811–1885). “Chiamare la meccanica in aiuto all’estesa e importante operazione dello scrivere; sostituire nell’uso generale della mano che traccia le lettere l’azione d’un meccanismo, in cui le lettere sono già formate perfette e uniformi invece che operare con una sola mano, operare con ciascuna delle dieci dita; ecco il problema che io mi sono proposto e alla cui soluzione attendo da 19 anni”. Nel 1837 Ravizza inizia a costruire il primo prototipo del cembalo scrivano, così chiamato per via della forma dei tasti, simili a quelli dello strumento musicale; infatti utilizza i tasti di un pianoforte. Nel 1855 brevetta la sua invenzione, migliorata e dotata di 32 tasti e nel 1856 ne presenta una versione ormai definitiva all’Esposizione Industriale di Torino. In questa occasione la macchina per scrivere viene venduta al prezzo di 200 Lire. Il meccanismo assemblato dal Ravizza era costituito da più di 800 componenti fatti a mano, in legno, ferro ed ottone. Parenti e amici, pur riconoscendogli ingegno e inventiva, gli rinfacciavano anche gli enormi costi delle sue ricerche e sperimentazioni (100mila Lire dell’epoca, circa 480mila euro attuali) per costruire meccanismi considerati inutili. Ma non era il solo, Ravizza, ad esser preda dell’ansia di inventare e sperimentare.

 Gli hanno fatto e gli facevano buona compagnia altri inventori noti e meno noti. A cominciare dal veneziano Santorio Santorio, medico e fisiologo, cui si deve la realizzazione del primo termometro (1612) nato col nome di termoscopio. All’anno 1722 risale l’invenzione del pianoforte per merito del padovano Bartolomeo Cristofori. Lo aveva chiamato gravicembalo o apricembalo, che fa il piano e il forte. Nel 1799 Alessandro Volta inventa la pila elettrica e viene premiato con una medaglia d’oro addirittura da Napoleone Bonaparte. Antonio Meucci, l’inventore del telefono (1871) ha lottato tutta la vita con lo scozzese Alexander Graham Bell che nel 1876 deposita il brevetto in America. Guerra dei brevetti che si è conclusa solo nell’anno 2002, quando il Congresso degli Stati Uniti ha finalmente proclamato l’italiano “inventore del telefono”. Altro grande nome, Guglielmo Marconi, inventore nel 1896 della radio. Per questa rivoluzionaria scoperta a Marconi verrà assegnato il Premio Nobel per la fisica nell’anno1909. L’elenco degli inventori più noti può essere concluso con Giulio Natta, che unitamente al chimico tedesco Karl Ziegler ha ricevuto nel 1963 il Premio Nobel per la chimica, per la scoperta del polipropilene isotattico, divenuto poi famoso con il marchio moplen. Altri inventori italiani? Nel 1833 il sardo Francesco Antonio Broccu, realizzatore della prima pistola a tamburo. Invenzione brevettata tre anni dopo dall’americano Samuel Colt. Segue nel 1856 don Giovanni Caselli con il suo fax, chiamato pantelegrafo. Il 1859 è l’anno in cui Antonio Pacinotti inventa la dinamo; anche qui, niente brevetto e invenzione in seguito assegnata al francese Zénobe Gramme. Il quadro si completa con due invenzioni davvero notevoli: quella della chiave a brugola del 1945 di Egidio Brugola, imprenditore brianzolo e il microchip del 1971 di Federico Faggin, primo microprocessore al mondo. Un’invenzione fondamentale per l’elettronica moderna.

 Tornando a Giuseppe Ravizza, alcune curiosità. Nel 1868 l’americano Christopher Latham Sholes (1819 – 1890) brevetta, per conto della Remington, una macchina per scrivere che si basa su principi del tutto identici a quelli della macchina di Ravizza. Siccome il cembalo scrivano era stato presentato anche in Inghilterra, si è pensato che l’americano fosse al corrente dei segreti della macchina dell’italiano. Inoltre il cembalo presentava dei congegni in più, quali la possibilità di ottenere – a seconda dell’esigenza – le lettere maiuscole e minuscole, cosa che non era presente nella macchina della Remington. Un altro indizio era l’assenza del campanellino che suonava a fine riga, del quale era già dotato il cembalo scrivano. Tutto ciò faceva sospettare che Sholes avesse approfittato dell’invenzione del Ravizza.

A 74 anni, stanco e ammalato, Ravizza scrive nel suo diario: “…ormai di questa macchina, cura precipua di tutta la mia vita, comincio a disperare. Benché così presso al trionfo, vedendo che la mia salute non accenna a migliorare, temo che non mi basti la vita. Sia fatta la volontà di Dio.”     

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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