Venezuela, Orinoco: il labirinto del Delta

orinoco

Un viaggio alla scoperta di tradizioni, tesori naturali, storie e popoli, in una terra ancora lontana dagli sguardi e dalla fame del turismo più feroce. Lungo il fiume il tempo scorre immobile e il re è il Delta Orinoco.

Fiume Orinoco e dintorni: un paradiso sconosciuto dal grande pubblico, che di solito identifica ogni corso d’acqua immerso nella vegetazione tropicale sudamericana con il più famoso Rio delle Amazzoni. Un’associazione di idee che ha sempre meno fondamento, trovandosi da decenni l’amazzonia brasiliana a essere vittima di una deforestazione sconsiderata.

L’area che circonda il fiume venezuelano si è invece miracolosamente salvata dal destino della sua controparte verde amazzonica, mantenendosi intatta come un’isola felice, lontana dalle logiche predatorie che invadono anche le aree più remote del globo. Il bacino idrografico dell’Orinoco è cuore pulsante e corpo verde del paese, dispiegandosi lungo tutta la spina dorsale della nazione venezuelana dalle sorgenti alla sua foce. Un fiume secondo solo al Rio delle Amazoni nel continente sudamericano per lunghezza e  portata d’acqua,  e che è stato esplorato in tutta la sua estensione fino alle sorgenti, al confine tra Venezuela e Brasile, solo recentemente.

Un paesaggio costellato da isole e canali, formatesi con l’accumulo di materiali trasportati dal fiume, con popolazioni indigene che vivevano su palafitte: scenario che fu associato dai primi esploratori europei a una “piccola Venezia”, da cui il nome Venezuela. Trecentomila chilometri quadrati di foresta che si sono salvati grazie al petrolio. Sembra strano ma è così: concentrati sull’estrazione degli enormi giacimenti di idrocarburi, pochi interessi sono stati rivolti verso le risorse naturali racchiuse nel polmone verde capaci di generare enorme ricchezza, come invece è capitato al bacino amazzonico.

L’Orinoco va poi a ramificarsi in centinaia di canali che, prima di sfociare nell’Oceano Atlantico, a intervalli regolari straripano allagando completamente tutta l’area e lasciandola in uno stato di palude permanente. E’ il Parco Nazionale Delta Orinoco: affascinante area incontaminata dal caratteristico clima umido subtropicale con temperature costantemente superiori ai 30 gradi, coperta da savana e foreste ricche di vegetazione e biodiversità, che si dipana in un dedalo di canali e acquitrini tra mille ramificazioni.

Se nei dintorni immediati del Delta Orinoco la regione risulta a tratti antropizzata, spingendosi più a nord ci si trova in un vero angolo fluviale dimenticato dallo scorrere del tempo: l’area del parco che circonda il delta dell’affluente Amacuro. Qui la giungla è formata da alberi eccelsi e da un quantitativo enorme di uccelli, pappagalli, rapaci, rettili e pesci che popolano un paesaggio mai monotono, costruito dalla vegetazione che si ripete infinitamente in forme e ombre sempre diverse, perdendosi tra gallerie verdi che chiudono stretti canali o labirintici giochi di enormi radici che si allungano sull’acqua.

Se i grandi caimani si tengono a distanza sulle rive, gli uccelli non temono la presenza umana e si avvicinano con voli radenti, protagonisti in un paradiso per birdwathcers popolato da aironi, martin pescatori, tucani, pappagalli e colibrì.

Non mancano chiaramente le zanzare, particolarmente agguerrite dopo i regolari acquazzoni quotidiani che limitano la visibilità a pochi metri dietro a una coltre di pioggia impenetrabile.

Nei corsi d’acqua la fanno da padrone, oltre a enormi pesci gatto, i famigerati piranha (chiamati dai locali caribe, cannibali) che, normalmente di piccola stazza, qui invece raggiungono dimensioni ragguardevoli per la gioia di pescatori per necessità o diletto. Le acque dell’Orinoco sono popolate anche dal famoso delfino amazzonico, che qui mantiene il soprannome di tonina, affibbiatogli dai primi esploratori europei che lo scambiarono per un piccolo tonno.

E’ un luogo ricco anche di miniere e giacimenti di idrocarburi che fortunatamente rimangono ancora nascosti, lasciando la natura per ora a disposizione solo dei pochi abitanti che qui vivono dalla notte dei tempi, in simbiosi perfetta con l’ambiente estraendone tutte le risorse per la loro vita essenziale: gli indigeni waraos. Il loro nome significa letteralmente“abitatori delle canoe”: oltre che come simbiotico mezzo di trasporto pare che venissero sfruttate anche come riparo itinerante, prima di scoprire l’utilizzo delle palafitte in pianta stabile.

Le palafitte sembrano più alte rispetto al livello dei fiumi, ma con l’alta marea proveniente dall’Atlantico che quotidianamente ne fa variare la profondità la prospettiva cambia. Le pareti sono del tutto inesistenti e l’unico riparo dagli agenti atmosferici rimane il tetto in fronde di palma, recuperate nei dintorni della capanna. La zona fuoco e cucina sta in un angolo della struttura, su un semplice strato di terriccio con pochi utensili in plastica e pentole di metallo, oltre ai tradizionali cesti in fibre naturali. Stracci o strumenti da lavoro finiscono per accumularsi a terra tra acqua, fango e formiche, e talvolta vengono appesi in quella che per noi potrebbe sembrare della biancheria stesa, ma per loro è quanto di più simile esista a un armadio. Vivendo da sempre a contatto con il fiume i numerosi bambini della famiglia imparano a tuffarsi, nuotare e pagaiare con le canoe per raggiungere i loro vicini di palafitta  ancora prima di camminare.

Oltre che per la raccolta di radici e piante commestibili, gli indios si addentrano in foresta per battute di caccia, ancora condotta con le armi tradizionali: lance, arco e e frecce e solo ultimamente con l’ausilio di basilari armi da fuoco in cal.12, utili per prede impegnative come rettili, roditori, scimmie o volatili di grandi dimensioni come il pajaro de agua, sorta di fagiano presente ovunque lungo le rive del fiume. Per cacciare ci vuole più tempo, risorse e fortuna rispetto alla fonte primaria del cibo quale ovviamente è la pesca, condotta con reti e arpioni. I waraos cucinano alla brace i piranhas, non prima però di aver rimosso i loro 24 affilatissimi denti, che utilizzano come piccoli strumenti da taglio.

Contrariamente a molte altre realtà indigene che tentano di rimanere fedeli alle proprie origini salvo poi cedere alle tentazioni della globalizzazione (spesso sotto forma di indumenti o telefoni cellulari), i waraos non si mostrano interessati più di tanto allo straniero: probabilmente sono ancora così estranei al mondo da non comprendere nemmeno quanto questo sia lontano dalla loro realtà quotidiana, costruita su piccole e semplici operazioni rituali, con una natura che offre loro tutto il necessario per una vita del tutto autosufficiente.

La zona del Delta Amacuro si raggiunge facilmente da Puerto Ordaz, cittadina dotata di efficientissimo aeroporto ben collegato a Caracas, impiegando un paio di ore di macchina su strada spaziosa e scorrevole. Per addentrarsi all’interno della miriade di canali è indispensabile appoggiarsi a uno dei piccoli centri abitati dotati di pontile, da cui proseguire con una barca a motore verso l’interno.

Una volta raggiunto un campo base nel cuore della foresta si puo’ procedere all’esplorazione utilizzando kayak o le tipiche canoe in legno, pernottando nei pressi delle capanne dei nativi con le tende e con equipaggiamento da campeggio adeguato, con riserva di viveri e depuratori per l’acqua. E’ comunque possibile avvicinarsi allo stile di vita dei nativi in maniera meno avventurosa e invasiva, appoggiandosi, magari anche solo temporaneamente, ai diversi eco camp presenti nell’area con diversi livelli di comfort.

I pernottamenti sono garantiti in capanne spaziose su palafitte, dotate di letti singoli o matrimoniali con zanzariera, con affaccio diretto senza pareti verso il fiume e la foresta, il tutto sotto un tetto di frasche che garantisce ugualmente un alto livello di privacy senza rinunciare allo stile architettonico dei waraos. L’atmosfera nelle capanne è resa ancora più particolare dall’illuminazione notturna solo con candele, e dalla sveglia mattutina con i colibrì che cominciano a ronzare nella capanna senza alcun timore, incuriositi dai visitatori sotto alla zanzariera.

Oltre alle visite ai nativi raggiungibili tramite fiume su barche adatte ci si può dedicare all’immancabile pesca dei piranha, al birdwatching o a trekking in foresta guidati da guide locali competenti sui diversi aspetti antropologici o naturalistici, il tutto accompagnato da quotidiani tramonti sfolgoranti e notti con stellate spettacolari.

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Come arrivare: Tap Air Portugal, da Milano o Roma via Lisbona.

Quando andare: mesi invernali, al termine della stagione delle piogge, con temperature comunque calde.

Documenti: passaporto in corso di validità per almeno 6 mesi; nessun visto necessario per scopi turistici.

Fuso orario: – 6 ore rispetto all’Italia

Lingua: spagnolo, diffusissimo inglese

Valuta: Bolivar venezuelano. La moneta subisce repentine fluttuazioni, potenzialmente raddoppiando il proprio cambio effettivo nel giro di pochi giorni.

Telefono: prefisso 0058. Nelle zone rurali periferiche disponibile solo rete traffico voce con schede sim locali funzionanti su cellulari di vecchia generazione (non smartphone).

Vaccini: non obbligatori

Dove mangiare e dormire: nel delta Orinoco e Amacuro sono presenti diverse strutture attrezzate per il turismo. Ristoranti e negozi propongono varia scelta di pietanze locali e frutta, senza alcuna difficolta’ di approvvigionamento.

Testo e foto di Riccardo Gallino|Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

Fotografie realizzate durante la spedizione Delta Orinoco Rivers Raiders dell’ottobre 2018 ad opera del gruppo XtremeXplorers, composto da Riccardo Gallino (TL), Roberto Cellocco, Valeria Ciravegna, Santino Ricci e Renzo Grego.

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