Carnia e Cadore: agonia del legno

Di notte, dalle cime dei monti dell’alto Cadore e della Carnia così duramente colpiti dalle tempeste di vento e di pioggia che hanno sradicato milioni di piante, scendono gli spiriti degli antenati che hanno abbandonato la loro terra per rifugiarsi tra il silenzio delle rocce aguzze.

I più pigri fra questi, o i più sentimentali, si sono rintanati in prossimità delle vette che sovrastano i piccoli centri delle valli: Sappada, Santo Stefano di Cadore, Forni Avoltri, Ravascletto, Sauris, Prato Carnico, Forni di Sopra e, naturalmente, Forni di Sotto. Ad ogni minimo fruscio del vento “buono” (richiamo irresistibile) scendono nei paesi per sorseggiare un bicchiere di merlòt o tracannare una misura di sgnàpa (grappa). E ricordano agli uomini e alle donne dell’era internet i tempi remoti, aspri e leggendari, quando questi luoghi si chiamavano Forni Savorgnani, dal nome della famiglia veneta Savorgnan che dava loro lavoro e sopravvivenza; una lunga egemonia, quella dei Signori veneziani, che datava dall’anno 1326 e aveva visto infinite generazioni di montanari lavorare e vivere in simbiosi con le loro foreste; alberi che venivano bruciati per ricavarne carbone o utilizzati dalla Serenissima per costruire navi, per palificare Venezia. Non riescono a capacitarsi, le anime di questi nostalgici antenati, del perché la natura si sia ribellata ai cicli atmosferici abituali e abbia distrutto con violenza ogni cosa: case, ponti, strade, pianori, costoni di montagna, boschi alti e compatti, terreni un tempo solidi disgregati da vortici di acqua e di vento. Questi monti erano la casa naturale del “legno” e ora assistono, impotenti, alla loro nudità.

Nudità che balza all’occhio cattiva, quasi impudica e non si può non riandare con la memoria agli scenari abituali di queste appartate comunità. Il legno è sempre stato e continua ad essere l’essenza, l’anima viva delle valli del bellunese e del friulano, così duramente colpite dalle recenti alluvioni e dai disastri geologici. Di legno sono i ponticelli del Tagliamento, fiume ancora bambino che nasce in prossimità del passo della Mauria; di legno sono spesso le spalliere di contenimento dei prati, dei terrapieni, delle stradine che si arrampicano tra i boschi; di legno sono le belle case in stile carnico e cadorino, ingentilite da lunghi ballatoi coperti e da parapetti traforati con motivi ornamentali spontanei e gradevoli. Cataste di legna tagliata si trovano dappertutto, specie in prossimità delle abitazioni, per scaldare le lunghe notti invernali. La montagna è sempre stata trattata con rispetto e con amore dedicandole tempo, denaro e competenza, necessari all’opera di mantenimento dei boschi, programmando il necessario rimpiazzo degli alberi tagliati e destinati agli usi più diversi.  Ecco perché il legno rappresenta per questi luoghi una ricchezza da monetizzare con giudizio, ma anche un’identità storica da preservare e far conoscere. Durezza dei monti e degli habitat che consentono tuttavia il miracolo di fioriture incredibili, quali ad esempio quelle dei fiori giallo-pallido delle Scarpette di Venere o della Madonna; proibito coglierle, preziose come sono; ma la gioia degli occhi non costituisce reato.

Da queste parti si parla la lingua ladina-friulana e in alcune zone anche quella ladina-dolomitica. Questi idiomi, che attraverso l’arco alpino si congiungono al ladino del Grigioni svizzero, sono caratterizzati dai molti dittonghi, dalle “s” del plurale e da vocaboli non di rado estranei all’italiano. Con le recenti e disastrose conseguenze del maltempo che ha colpito la Carnia, il Cadore ed altre ampie zone venete, sarà stato più volte ricordato dagli abitanti il termine di gonf  (tormenta, di pioggia e di neve) che ha sradicato le molte piante che qui allignano: làris (larice), bidôl (betulla), nuâl (noce), pès (abete) e il barànčai (pino mugo). Chissà quanti cagól (mucchi di fieno), raccolti prima dell’arrivo del freddo invernale, saranno andati perduti. Ma il coraggio e la forza d’animo dei valligiani sapranno medicare ancora una volta le terribili ferite inferte dalla natura (e dagli uomini) e gli spiriti degli antenati, nascosti tra le rocce delle Alpi cadorine e carniche, potranno scendere di nuovo lungo i pendii nevosi, ciabattando sulle simpatiche ciaspas (racchette da neve).

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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