Longobardi: la prima grande “fila” per una mostra

Il 12 Ottobre del 1978, quarant’anni esatti oggi, veniva inaugurata al Palazzo Reale di Milano la Mostra “I Longobardi e la Lombardia”. Era una bella sera tiepida, quel 12 ottobre così lontano nel calendario. Ore prima di quella prevista per l’inaugurazione i milanesi, attratti dall’avvenimento (perché di questo si trattava) avevano occupato gradualmente quasi l’intera piazza dalla forma vagamente triangolare, compresa tra il Palazzo e l’Arengario. Un po’ la curiosità di scoprire qualcosa su questi lontani progenitori che la scuola ci aveva sommariamente indicato come “barbari”, un po’ il desiderio di trovarsi – tutti assieme – per dare continuità alle iniziative culturali del Comune alle quali il Sindaco Tognoli aveva impresso una sensibile accelerazione, si era venuta a creare un’atmosfera, un’attesa, rilassata e insieme sottilmente elettrica che per la prima volta coinvolgeva un gran numero di cittadini; lo testimoniava il crescendo del brusio che “giocava” a indovinare ciò che si sarebbe visto nelle varie sale di Palazzo Reale. Milano ha sempre avuto una grande tradizione in fatto di mostre e avvenimenti di cultura, però si percepiva che quella dedicata ai Longobardi, che di lì a poco avrebbe aperto i battenti, aveva forse qualcosa in più, di nuovo e di diverso che stuzzicava e interessava i milanesi.

Dal giorno dell’inaugurazione alla fine dell’anno, tante “file” dopo quella della serata inaugurale hanno messo insieme qualcosa come 600.000 visitatori, forse più. Col passare degli anni, gli assembramenti composti e le file di tutti i tipi sarebbero divenuti la norma per le centinaia di esposizioni che Milano avrebbe presentato, nelle più disparate sedi e per i più diversi temi culturali. Ma quella dei “Longobardi” sarebbe stata la prima, imprevedibile mostra da grande pubblico e – per conseguenza – da grandi “numeri”; prima ancora dei famosi bronzi di Riace recuperati dai fondali del Mar Ionio, restaurati, mostrati al pubblico e in seguito definitivamente collocati a Reggio Calabria. Quella di Palazzo Reale dedicata alla storia, alle migrazioni, alle conquiste e alla cultura materiale dei Longobardi è stata dunque una mostra di grande successo popolare, replicata poco dopo con le due prestigiose presenze espositive prima a Pavia (Castello Visconteo) quindi a Roma (Museo dell’Alto Medioevo). Non sembri riduttivo il raffronto, se per “popolare” si intende l’insieme di motivazioni che hanno spinto i milanesi (non solo loro) a decretarne il successo, alla ricerca inconscia delle proprie radici. Eravamo figli di Roma, questo è vero, ma la discesa in Italia dei Longobardi ha svelato alle popolazioni del nord Italia (soprattutto) una discendenza e – perché no? – un’appartenenza etnica, matrice inconsapevole di un primitivo germe di unità nazionale, parimenti influenzata da un respiro già allora europeo.

Gran parte del travolgente successo della mostra di Palazzo Reale è stato determinato anche e soprattutto dall’esposizione degli oggetti rinvenuti nelle tombe dello scavo di Trezzo sull’Adda, due anni prima della mostra. Cinque le tombe esaminate che contenevano i resti di guerrieri longobardi, tutti personaggi di altissimo rango; gli oggetti contenuti andavano dai tre anelli sigillo d’oro, dalle armi e dalla qualità e importanza dei corredi rinvenuti, tutti databili tra l’inizio e la seconda metà del VII secolo. Cate Calderini, l’architetto-archeologo curatrice della mostra e artefice dello scavo delle tombe 2 e 5 di Trezzo, ricorda con emozione gli avvenimenti di quegli anni: “…la tomba numero due è stata a mio avviso quella che ha fornito i dati più significativi per una più approfondita conoscenza delle tecniche di lavorazione messe in evidenza. Il corredo, anche se ricoperto da una crosta di circa 7-8 centimetri di fango, era sufficientemente distinguibile: le armi (spatha, scramasax, punte di lancia, speroni, l’umbone dello scudo) e gli oggetti preziosi: la croce in lamina d’oro, l’anello sigillare in oro massiccio, con il ritratto di un personaggio di altissimo rango e attorno la scritta RODCHISVIL; senza dubbio il pezzo più importante. Aver avuto la fortuna di rinvenire questi oggetti per presentarli poco dopo nella mostra, è stato per me motivo di enorme soddisfazione professionale e di grande orgoglio come milanese”.

Sono passati molti anni, ma si può senz’altro affermare che una mostra che ha fatto epoca non avrebbe mai avuto l’impatto emotivo che ha saputo suscitare, senza il coraggio progettuale e la fattiva collaborazione tra l’architetto-archeologo e Carlo Tognoli, uno dei migliori Sindaci che Milano abbia mai avuto. Sei anni più tardi (28 settembre-31 dicembre 1984) la realizzazione di un secondo progetto: la mostra “Adelchi, dai Longobardi ai Carolingi”, presentata nella Sala Viscontea del Castello Sforzesco.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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