Treviso, città dipinta

Treviso viene in primo luogo definita una città di acque. C’è il fiume Sile, il più importante, ma c’è anche il Botteniga che a sua volta, entrando in città, si divide in cagnani, canali minori che attraversano il centro cittadino. Ma l’acqua non è l’unico elemento caratterizzante di Treviso. Infatti questa provincia, non molto lontana da Venezia, rivaleggia con il capoluogo per eleganza e personalità.

Treviso è una vera e propria città dipinta. Sin dall’edificazione delle prime case, il paramento esterno di molte costruzioni era trattato a regalzier, cioè veniva coperto con un sottilissimo strato di intonaco di calce, sul quale, in ordinata sequenza, si disponevano i mattoni, però a pittura. Una pratica elementare che, con il trascorrere degli anni, accontentava sempre meno i committenti. Perché ridare sembianze al mattone, al laterizio povero coperto dalla calce, ridisegnandone i contorni? Ecco quindi che la pratica pittorica si evolve e nasce l’affresco. Basata su materiali poco costosi, quali la calce e le terre naturali, la pittura murale a fresco era la tecnica ideale per svolgere, in relativa economia, ogni fantasiosa immagine che l’estro dei frescanti potesse escogitare, per abbellire le facciate di palazzi o di case più modeste; nasce quindi un fecondo periodo di pittura murale non solo per le pareti esterne degli edifici, ma anche per gli interni di palazzi, chiese e abitazioni. Nel corso di tre secoli, dal Trecento al Cinquecento, si sviluppano esperienze decorative sempre più evolute delle quali sono rimaste notevoli tracce in città.

 Che tipo di lavoro comportava la preparazione e l’esecuzione di un affresco? Come prima cosa è bene ricordare che si tratta di una tecnica di pittura murale che si fonda su un perfetto sistema coesivo tra il colore e il supporto dell’intonaco. Il colore diventa parte integrante del supporto per effetto della carbonatazione (carbonato di calcio) che si sviluppa sul legante, cioè la calce (spenta o inerte); l’inerte era normalmente sabbia di fiume; calce e inerte venivano quindi amalgamati con acqua a formare un impasto.

I colori usati per l’affresco erano esclusivamente di origine minerale, quali terre, argille, pietre finemente macinate e ridotte in pigmento; il nero era ottenuto dalle radici di vite carbonizzate e il bianco, detto di Sangiovanni, dalla calce spenta carbonatata. Questo, per la base su cui lavorare.

Per creare il dipinto vero e proprio, quello che sarebbe rimasto nel tempo sui muri di una casa o di un palazzo o nelle pareti interne dei medesimi edifici, si ricorreva alla sinopia, ovvero a un disegno eseguito a punta di pennello, di solito in terra rossa, detta appunto sinopia. A questa seguiva il cartone, il disegno definitivo che lasciava i profili sulla pareti, utilissimi per il dipinto finale; altro sistema di tracciatura era lo spolvero: un foglio di carta bucherellato attraverso il quale passava la polvere di carboncino sull’intonaco fresco; era una pratica diffusa anche quella di tracciare direttamente a chiodo, sulla parete, i contorni da dipingere successivamente. Incisione diretta e spolvero erano quindi i metodi più comunemente usati negli affreschi esterni di Treviso.

Per vedere, con calma, i molti affreschi di Treviso, è indispensabile girare la città e avere una buona guida tra le mani. Qui vale la pena di ‘suggerire’, in maniera incompleta, solo alcuni degli affreschi da non perdere, a cominciare da quello forse più significativo: quello di via Barberia, ai numeri 22, 24.

Una casa di fine Quattrocento tra le prime affrescate: motivi geometrici disegnati con mattoni ridipinti.  Bella anche la casa di via Roggia; al numero 28 c’è uno stemma araldico di fantasia sul fondo rosato della casa. Interessanti i numerosi edifici di via Tolpada, la strada che conduceva al porto fluviale.

La via Sant’Agostino, antica strada Ungaresca, ai numeri 77 e 79, riporta un affresco con putti e animali fantastici, mentre al numero 61 c’è la casa detta del Giudizio di Paride con le tre dee che occupano l’intera facciata. Belle le decorazioni Cinquecentesche di Vicolo Pescheria. Ancora: la facciata del Quattrocento di Via Riccati, gli affreschi restaurati di Calmaggiore, quelli di Palazzo dei Trecento e quelli (numerosi) di via San Nicolò, tra i quali, ai numeri 5 e 7, un ardito scorcio di cavallo rampante sormontato da un fregio floreale nel sotto gronda.

In conclusione, una visita a Treviso è esperienza sensoriale piacevole e gratificante: la bellezza degli affreschi unita alla tonificante frescura delle acque di fiumi e canali contornati dal verde

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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