Estate, tempo di Birra

Con i primi caldi (alla buon’ora, dirà qualcuno) si avverte il bisogno fisico di bere qualcosa di fresco. Naturalmente ciascuno è libero di scegliere la bevanda che preferisce, ‘bagnando il becco’ con l’acqua, i soft drink, i ‘beveroni’ di fantasiosa preparazione, persino col vino. Ma va da sé che la stragrande maggioranza delle persone, quando evoca una bevanda che rinfreschi e abbia sostanza, pensa alla birra, bevanda universale e dal nome pressoché identico in quasi tutte le lingue europee, ad esclusione di Spagna e Portogallo, paesi nei quali la parola birra ricalca l’originario termine latino (cervesia). Vediamo allora, con l’aiuto delle parole di Léo Moulin (1906-1996) sociologo e scrittore belga di lingua francese – già conosciuto in precedenza quando ci ha parlato del Vinum Bonum – come descrive il ‘cammino’ della bevanda nel suo libro La vita quotidiana dei Monaci nel medioevo (1988). La birra, lo sanno quasi tutti, è nata nei conventi. Un priore del convento di San Gallo, in Svizzera, ha redatto la prima relazione scritta sulla fabbricazione della bevanda. Nell’anno 768 un documento scritto nell’abbazia di Saint-Denis, parla della cervesia lupulina (birra con luppolo) parola questa coniata dai Galli (homblon); gli antichi francesi avevano dato il nome al vegetale, ma non avevano scoperto le sue proprietà nella fabbricazione della bevanda, cosa che al contrario hanno saputo fare i frati Benedettini nelle abbazie della Lorena francese. Per completare, naturalmente in maniera sintetica, il quadro dei primi ‘tentativi’ di lavorare la birra, Moulin ne ricorda alcune belghe, dovute ai monaci Cistercensi, quella inglese e famosa di Burton-on-Trent, luogo nel quale sin dall’anno mille i Benedettini avevano fondato un’abbazia. Infine, lo stesso nome della città tedesca (Monaco) con la birra detta fransiskäner, ci ricorda l’origine della bevanda.

La birra delle origini non era una vera birra. Era un decotto non chiarificato e molto denso di cereali fermentati: avena, farro (la parola braces ‘farro’, ha dato vita alla parola brasserie) lenticchie e anche veccia (pianta erbacea delle leguminose). Naturalmente la ‘qualità’ di questo preparato doveva essere lontana anni luce dai tentativi successivi; merito dei monaci se in seguito sono riusciti a produrre una cervoise violente e, con l’aggiunta di luppolo, arrivare a migliorarne la durata, la conservazione. Intento fondamentalmente ‘religioso’ dei monaci è stato anche quello di rimpiazzare, con la produzione della birra, l’uso eccessivo ed esclusivo del vino da parte dei confratelli; abitudine che era in più occasioni approdata a risultati perlomeno indecorosi. I monaci fabbricavano dunque la birra o meglio, affidarono la fabbricazione a specialisti che facevano torrefare i cereali in forni speciali chiamati torra.. Due erano i tipi di birra prodotta: la prima era la cosiddetta ‘birra dei padri’, una bevande forte (potio fortis), destinata ai monaci ma non ai conversi. La seconda birra era chiamata ‘birra dei conventi’, più debole, che veniva distribuita anche alle suore; le religiose dette ‘brigidine’ bevevano una birra leggera chiamata cervisia debilis. Nei territori del nord Europa, nei quali la vigna non prosperava, la birra finisce per superare ogni bevanda concorrente; molti scrittori hanno testimoniato tale ‘conquista’: bevanda base dei monaci inglesi, diffusissima nei conventi e nelle abbazie del vecchio continente; in Illiria (regione oggi croata) la birra si chiamava sabaja, da cui deriva il nome del celebre dessert zabaione.

Il patrono dei birrai è un fiammingo, Sant’Arnoldo o Arnolfo, nato a Pamele, nel Brabante e morto nell’anno 1087, abate benedettino di Oudenburg. Egli aveva osservato che i forti bevitori di birra erano più resistenti degli altri alle epidemie; la birra è fatta con acqua bollita che elimina i microbi e, grazie all’orzo e al luppolo, è ricca di vitamine, di destrina e di sali minerali ottimi per la salute. Quanta birra si consumava nei conventi? Ce lo ricorda, in breve, Léo Moulin. A Cluny se ne versava a volontà, mentre i monaci dell’abbazia di Le Bec ne bevevano la sera del Venerdì santo, come gesto di mortificazione. Per chi soffriva le sete (il cibo veniva conservato sotto sale, nel Medioevo) le regole imponevano di bere in refettorio acqua o birra, ma mai vino. Nell’abbazia di Eynsham erano piuttosto sibillini: non precisavano quanta birra bere, ma consigliavano di berne non ad voluptatem, ma solamente ad necessitatem. Drastici erano poi i monaci di Treviri: nei giorni di digiuno, avevano diritto a una pagnotta di pane con del sale, quindi aqua aut cervisia (acqua o birra); a scelta. San Luigi, che non amava la birra, ne beveva in Quaresima per mortificazione. Si sforzava però di migliorarla (!) mettendovi del miele e del cumino.

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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