Indonesia, Papua Occidentale. Richiamo primitivo

0
5

Un viaggio etnografico nella Papua Occidentale, incontrando l’ultimo cannibale. L’Irian Jaya, come è conosciuto, è un paese controverso dove i gruppi tribali e la natura primordiale sembrano appartenere a un tempo atavico, fermo agli albori della civiltà.

Quando atterri a Wamena, villaggio di 5.000 anime sperduto nella valle di Baliem e tagliata fuori da ogni via di comunicazione con il mondo esterno, capisci quanto non sia facile vivere qua. Ci sono carcasse di aerei disseminati lungo la pista di atterraggio dell’aeroporto, a destra e a sinistra.

La West Papua ha chiesto e ottenuto l’indipendenza al governo indonesiano e sperano nel 2020 di tornare a essere uno stato sovrano. Ma perché questa isola è divisa in due nazioni quando il popolo papuaso, nonostante le numerose etnie e gli infiniti dialetti, è uno solo? La grande contesa della divisione di Papua Nuova Guinea ed Irian Jaya ha radici nemmeno troppo lontane ed è legata alla più grande miniera d’oro al mondo.

Le tribù principali della valle sono i Lani, i Dani e gli Yali. Ma solo questi ultimi uccidevano le persone per mangiarle fino al 1975 finché non arrivarono i missionari cristiani da Olanda e Germania. Da Wamena ad Elalim la strada è un massacro: sono 130 km ma ci vogliono almeno 5 ore a bordo di un fuoristrada, entriamo così nella terra degli Yali.

L’ultimo cannibale

Durante il nostro viaggio abbiamo incontrato proprio un membro dell’etnia Yali, il suo nome è Elia W. Ci racconta di avere 85 anni, ma nemmeno suo figlio lo sa con certezza. Da giovane era un guerriero della tribù degli Yali nel cuore di Papua, oggi Irian Jaya. Ma era anche di più. Elia era un cannibale. Adesso vive in un villaggio ai margini della foresta, dato che per lui è impensabile vivere in una casa normale;  e vive come allora in una capanna in legno e paglia seduto accanto al suo immancabile fuoco. È magrissimo, mangia forse una patata al giorno e beve molta acqua. È questo dice il segreto della sua salute e della sua longevità. Parla poco e a voce bassa ma quando alza lo sguardo e ti punta dritto negli occhi, l’orgoglio e la fierezza, ma anche la ferocia del guerriero, del capo tribù, vengono fuori all’istante. Parla nel suo incomprensibile dialetto, uno degli oltre 800 diffusi in Papua. Attraverso suo figlio, che parla un po’ l’inglese, riusciamo a capire le sue parole.

Elia era ancora un giovane di 20 anni, forse meno, racconta: “La prima volta che ho ucciso e mangiato un nemico è stato sulla riva di un fiume, mi trovavo insieme a un altro  guerriero della mia tribù. Lo abbiamo cucinato al fuoco, come si faceva con i maiali selvatici ed abbiamo intonato canto celebrativo per le vittorie di guerra”.

Li uccidevano con archi e frecce, ma anche con le lance, sulle rive dei fiumi, cucinandoli sempre nel punto di cattura e portando la carne cotta nel villaggio. Veniva consumata solitamente a sera, con il buio e nessuno sapevano cosa stavano mangiando, nemmeno le nostre donne. La dieta abituale dei cacciatori della foresta prevede solitamente prede come il casuario o il maiale, e la carne umana poteva essere confusa con queste. Non si lasciavano avanzi, tutti i resti, anche le ossa venivano distrutte con il fuoco per rendere impossibile il riconoscimento del nemico ucciso.

Mangiare esseri umani non era per loro una pratica disumana, mangiare gli uomini significava comunque cibarsi di proteine, per nulla differente nemmeno a livello di sapore dalla carne di maiale.

Con l’arrivo dei primi missionari (europei negli anni ’70 n.d.r.) spiegarono agli indigeni che non era giusto uccidere e mangiare nemici. Bisognava vivere in pace con gli altri clan. Oggi – dice Elia Win tutta onestà sono dispiaciuto e pentito per ciò che ho fatto.”

Le  tribù della Papua Occidentale

I Dani condividono tutto con le proprie donne eccetto il letto. Durante il giorno stanno assieme per mangiare o per procreare ma la notte ognuno dorme nelle proprie capanne: i Dani considerano le donne sporche per il loro ciclo mestruale. Nel villaggio di Jiwika si trova una delle sette mummie che i Dani hanno conservato. Era un capo villaggio, un glorioso guerriero. Ha vissuto 250 anni fa e aveva 25 mogli. Solamente pochissimi capi villaggio sono stati mummificati, l’unico modo per conservare l’anima. La mummia viene tenuta protetta in una capanna dove è vietato l’accesso a chiunque. Per mantenere la mummia in ottimo stato di conservazione viene cosparsa ogni giorno con un balsamo particolare fatto con grasso di maiale e viene accesso un fuoco, all’interno della capanna, che ogni giorno brucia fino 6 ore. Ce ne sono solo 7 e solamente due sono visitabili. La più antica ha 300 anni.

Nella cultura Dani un uomo può avere più mogli che prenderà in dote dando allo zio della futura sposa un quantitativo equo di maiali, dai 5 ai 10, a seconda di quanta terra possiede il futuro sposo. La ragione di avere più mogli è dovuta al fatto che dopo che una moglie rimane in stato interessante, la coppia non potrà più fare sesso finché il figlio non avrà cinque anni. Questo perché la donna continuerà a non essere pulita per tutto quel tempo. Nei Dani la tradizione dell’allevamento è fondamentale, vera ragione di vita. Fino agli ’80, prima che iniziasse il processo di socializzazione da parte di scuole e ospedali, i Dani non solo condividevano la casa con una parte riservata ai maiali, ma le donne allattavano dal proprio seno i maialini se questi erano orfani. Il sale è sicuramente un condimento presente nella dieta dei Dani e l’unico punto di raccolta è un pozzo a 2.100 metri di quota sul crinale di una montagna dove le donne giungono dopo una camminata di ore su un terreno fatto di pietre, scivolosissimo quanto ripido.

Spostandosi di qualche centinaio di chilometri, nelle foreste pluviali della provincia di Dekai, fra le più insidiose e impenetrabili del pianeta, vivono i Korowai, gli ultimi 3.000 membri di alcune tribù che abitano ancora in case in legno, costruite su alberi o su palafitte ad un’altezza che va dai 5 ai 25 metri. Questo per un maggior riparo dagli sciami di zanzare ma anche per tenere lontani gli spiriti maligni. Raggiungerli significa camminare lungo terreni insidiosi, attraversare scivolosi tronchi d’albero a cavallo di torrenti, evitare sanguisughe e serpenti e stare molto attenti alle zanzare anofele portatrici di malaria.

Fino al 1970, prima che i missionari si avvicinassero a loro, erano totalmente isolati dal mondo esterno e da ogni altra forma di vita, da esseri ignari dell’esistenza di altri popoli.

Raja Ampat: la nuova frontiera

Poi West Papua ha anche un’altra faccia. Approdi alle isole di Raja Ampat e la drammaticità del racconto etnografico cede il passo al lirismo della natura vergine: una miriade di atolli di una bellezza pura emergono nel cuore turchese di quello che è conosciuto come Triangolo dei Coralli. Letteralmente Raja Ampat significa i 4 Re, come quattro sono le isole principali: Waigeo, Batanta, Salawati e Misool. Per gli appassionati di snorkeling offre sicuramente alcune delle migliori esperienze al mondo: un territorio che ospita 540 tipi di coralli, oltre un migliaio di specie di pesci corallini e 700 tipi di molluschi, facendo di Raja Ampat il sottopianeta marino più diversificato del globo terrestre, scoperto dai biologi marini solo nell’ultimo decennio.

Testo e foto di Luca Bracali |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

SFOGLIA IL MAGAZINE

Info utili

Informazioni: sul sito del Turismo indonesiano e delle isole di Raja Ampat.

Come arrivare: Si vola con Emirates dai principali scali italiani a Dubai in coincidenza per Jakarta. Da qui si prosegue per Jayapura e Wamena nella Valle del Baliem se si intende visitare la zona centrale di questa provincia indonesiana. Sempre da Jakarta si prosegue per Sorong, città costiera della Papua Occidentale, da cui si raggiungono le isole di Raja Ampat. Una buona compagnia di voli domestici è la Nam Air. Si consiglia di prevedere dei tempi di coincidenza abbastanza larghi tra il volo intercontinentale e quelli domestici.

Quando andare – Clima: La stagione migliore per visitare e immergersi alle Raja Ampat è tra dicembre e marzo e questo nonostante sia la stagione delle piogge e la visibilità sott’acqua è piuttosto scarsa a causa del plancton, che attrae le mante. Va detto, però, che si può viaggiare alle Raja Ampat anche d’estate, quando brevi acquazzoni caratterizzano il clima, caldo e umido. La temperatura media del mare va dai 28° ai 30°. La zona interna della Provincia di Papua Occidentale

Viaggio organizzato: il Tour Operator Azalai ha in catalogo un itinerario in Papua occidentale nella Valle del Baliem

Fuso orario: 7 ore avanti rispetto all’Italia quando è in vigore l’ora legale, 8 ore con quella solare.

Documenti: Passaporto con validità residua di almeno 6 mesi alla data  di uscita prevista dall’Indonesia.

Vaccini: Malaria e Dengue sono malattie endemiche è quindi consigliato prevedere una adeguata copertura. A Raja Ampat il problema è decisamente ridotto, ma le precauzioni sono sempre raccomandate. Le zanzare in corrispondenza della stagione possono essere molto fastidiose quindi munirsi di repellenti.

Lingua: In Papua Occidentale si parlano oltre 250 dialetti. Il Bahasa Indonesia è la lingua ufficiale. L’inglese non è molto diffuso, soprattutto nelle Guest House gestite dai locali

Religione: L’Indonesia è un paese musulmano, il più grande al mondo. L’arcipelago indonesiano è però abitato da tanti gruppi etnici con lingue diverse e credo religiosi differenti. Il cristianesimo ad esempio è molto diffuso. Le zone del Paese raccontate in questo servizio ad esempio professano culti animisti.

Valuta: la moneta corrente è la Rupia Indonesiana

Elettricità: 220 volt con prese di tipo occidentale. In molte guest house la corrente è prodotta da generatori ed è meglio ricaricare le varie batterie durante la notte, nei resort la corrente c’è tutto il giorno. È sempre consigliato un adattatore universale.

Telefono: per telefonare in Italia bisogna comporre il prefisso 01017. Si consiglia l’acquisto di una Sim locale che costa 5 euro. Il segnale non è presente in tutta l’area e il problema è presente sopratutto nelle isole di Raja Ampat. Anche la connessione Internet è difficile.