Bosnia. Il Paese del ponte



Tra rintocchi di campane e canti dei muezzin, tra caffè  e cevapi, la Bosnia è un Paese a cavallo tra Occidente e Medioriente. Simbolo ne è il ponte di Mostar che racconta una storia di commerci e convivenza, di devastazione e ricostruzione.

Se all’improvviso ti trovi in una città dove ti sembra di vivere tre periodi della storia diversi, di sentire le campane della cattedrale insieme al richiamo del muezzin dalla moschea, percepire un persistente profumo di caffè e di cevapi, udire l’inarrestabile battere il rame nelle viuzze piene dei negozi di artigianato, allora indubbiamente vi trovate nella città chiamata la Gerusalemme d’Europa: benvenuti a Sarajevo. Città dove da secoli si incontrano l’est e l’ovest, dove a distanza di pochi metri si trovano i luoghi di culto di tre religioni monoteistiche: l’islam, il cristianesimo e l’ebraismo. Dove il dialogo interculturale esiste da sempre. Da più di quattro secoli queste religioni convivono fianco a fianco, sotto questo pezzo di cielo, per costruire una città multiculturale che assorbe le loro diverse eredità. Nonostante le distruzioni subite negli anni del conflitto, dal 1992 al 1995, Sarajevo non ha mai perso la sua anima, l’ospitalità e l’accoglienza che la caratterizzano. Subito si è rialzata dalle ceneri, ricucendo le ferite e crescendo sempre più bella e affascinante, decisa a riconquistare tutto il suo splendore. La guerra ha lasciato ferite profonde, ma non ha cancellato lo spirito generoso dei bosniaci: una tazza (fildzan) di caffè viene sempre offerta, spesso accompagnata dai dolcetti tipici o dai piatti della cucina locale. Da Sarajevo non si passa, a Sarajevo si viene e ci si ferma. Passeggiando per le sue vie sembra di viaggiare nel tempo e di ripercorrere diversi periodi storici – dal periodo degli Ottomani a quello degli Austro-Ungarici, passando dal socialismo – che ora caratterizzano la sua architettura. Al tramonto i vialetti della Bascarsija – la città vecchia, i piccoli negozi di artigianato, le mosche e le chiese, vengono abbracciati dal sole e regalano un’atmosfera che non lascia indifferente nessuno.

Ogni stradina del centro è dedicata ad una specifica attività: una agli orafi, un’altra alle specialità culinarie locali e altre alle antiche attività artigianali.  Qui si trova anche un vecchio caravanserraglio, il cui cortile ora è luogo di incontro di giovani bosniaci, studenti della medresa (Madrasa) e persone che vogliono fuggire dal presente e rifugiarsi nel passato bevendo caffè turco accompagnato dal rahatlokum (il tipico dolcetto di gelatina dai diversi gusti: rosa, noce, cocco, pistacchio…). La scia di profumo dei cevapi vi porterà in una delle piccole trattorie dove si preparano queste deliziose salsiccette, accompagnate dalla cipolla fresca e, a richiesta, dal kajmak (crema di latte). Oppure ci si può lasciar  conquistare dal piatto più diffuso e altrettanto delizioso: la pita, pasta fine ripiena di formaggio o di patate, carne macinata, spinaci e zucca. La città di notte sembra quasi un presepe. Dalla Bijela Tabija, la Fortezza Bianca che domina la città dall’alto, si stende una veduta splendida di tutta la valle. Lasciando la capitale e dirigendosi verso la costa si incontra la città di Mostar– il cui nome deriva dai “mostari” (protettori dei ponti), ma anche dalle due torri che la gente chiamava “mostare”. Oggi la città rappresenta il centro politico-culturale-economico della Erzegovina. La perla, l’ala di Mostar, è il suo ponte vecchio, uno dei pochi al mondo con un arco a semicerchio: per questa sua rarità è stato inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Attraversare il ponte e passeggiare lungo le piccole vie ricoperte di “kaldrma” – piccoli sassi è un’esperienza unica. Fermarsi sul ponte sul fiume Neretva – il fiume potente, color verde smeraldo, che con tutto il suo splendore scorre verso il mare – e osservare il paesaggio che circonda la città, è una sensazione che toglie il fiato. Se a questo spettacolo si aggiunge il famoso tuffo dal Ponte Vecchio di coraggiosissimi “mostarski ikari” (ragazzi tuffatori), o la salita sul minareto della bellissima moschea del 1617, la Koski Mehmed-Pašina Džamija, da dove si può godere il panorama su tutta la città, allora si può chiedere se si desidera di più dalla vita.

Ma se mi domandassero dove vorresti avere una seconda casa, risponderei a Pocitelj. Una piccola perla medievale con influenze ottomana, si posa sulla sponda sinistra del fiume Neretva, la parte più ripida, lungo la strada verso il mare e si inserisce perfettamente nel paesaggio erzegovese, roccioso, secco e solare. Purtroppo questa città ha subito massicce distruzioni durante la guerra in Bosnia, ma ha anche avuto al forza di risorgere ancora più bella e orgogliosa. Dalla sua torre regala al visitatore, che osserva il fiume Neretva, magnifici giochi di luce sulle onde dell’acqua. Si dice che se passi da Pocitelj, tre volte rimarrai stupito. Una volta arrivando da Mostar quando all’improvviso dietro una curva ti troverai davanti questa piccola città, dominata dalla sua imponente torre di difesa. Una seconda volta se arrivi dalla parte opposta, ovvero dal mare: anche da qui la vista è mozzafiato. La terza sorpresa, invece, si nasconde dietro le mura di questa meraviglia medievale, dentro i cortili delle case costruite in pietra e all’interno della sua bellissima moschea. Questa città non si racconta, questa città si vive, si visita.

Le cascate di Kravice, poco conosciute anche agli stessi bosniaci, sono l’elemento naturalistico più affascinante della zona: alte 28 metri, scorrono sopra un lago circondato da un verde brillante che sembra quasi artificiale. Grazie alla potenza del fiume Trebizat le acque si ramificano creando un anfiteatro naturale largo 150 metri, che ricorda le cascate del Niagara. Le cascate sono frequentate soprattutto in primavera e in estate dalla gente locale, ma sempre più spesso si vedono turisti in cerca di relax. In molti fanno il bagno nel lago, sotto le cascate; il clamore dei bimbi e della gente viene stemperato dal suono dell’acqua. Camminando nelle vicinanze si possono visitare anche una piccola grotta, un antico mulino e un vascello. Konjic è una tappa interessante per il paesaggio naturale che la circonda, per alcuni importanti monumenti storici – da non perdere il Kamena cuprija (ponte di pietra) del 1682, distrutto durante la seconda guerra mondiale, ricostruito nuovamente nel 2009 – e per l’artigianato dei suoi falegnami. Konjic è anche la città delle attività sportive e del divertimento sull’acqua: è nota per la manifestazione di tuffi estremi nella kazan (caldaia), organizzata ogni luglio. Nei dintorni è possibile visitare il lago di Boracko, un gioiello naturale di origine glaciale, e la città sotterranea di Tito, il nascondiglio atomico più grande della ex Jugoslavia, costruito in 26 anni, costato più di quattro miliardi di dollari e in grado di resistere ad esplosioni quattro volte più forti di quella di Hiroshima.

Città dell’argento, così in passato veniva chiamata Srebrenica. Nel periodo dei Romani da qui passavano tutte le strade del commercio, chiamate “silver road”, per le miniere di argento che si trovavano nell’area. Purtroppo la guerra e il genocidio sui bosniaci musulmani, avvenuto nel luglio del 1995, hanno causato ferite troppo dolorose, che hanno cambiato il profilo e l’anima della città. Oggi Srebrenica cerca di riprendersi e di guardare al futuro, ma per le sue vie si respira ancora il peso di un passato non facile da dimenticare. Qui l’Ong Italiana Cesvi opera per favorire il dialogo tra i diversi gruppi etnici, attraverso il coinvolgimento di bambini e adolescenti in attività di natura educativa. Nei pressi della città, a Potocari, si può visitare il memoriale creato in ricordo delle vittime. Tornando in città si può passeggiare per il centro, salire sulla collina dove posano le mura della città vecchia e godere di una bella vista. Anche le terme rappresentano una tappa interessante: immerse in un ambiente tranquillo e suggestivo, offrono passeggiate in mezzo al bosco dove sgorgano le sorgenti d’acqua curativa di Guber.

Testo di Azra Ibrahimovic – cooperante del Cesvi a Srebrenica | Foto di Emanuela Colombo

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