Ladakh, la terra degli alti valichi

All’estremo nord dell’India, nello stato dello Jammu & Kashmir un lembo di terra rimasto a lungo inaccessibile ha gelosamente custodito costumi e tradizioni uniche nei suoi straordinari templi. E  ora sfrutta la sua natura selvaggia nell’activity holidays.


Un Paese in un cristallo. Perché cristallizzato è lo stile di vita degli abitanti, che pare immutato da secoli. Cristallizzati i visi intensi graffiati dal sole e gli occhi curiosi. Cristallizzate le montagne altissime, piramidi di roccia e ghiaccio che trafiggono un cielo incredibilmente blu. Un mondo trasparente e fragile, difeso con coraggio da una eterogenea popolazione di monaci, contadini e pastori, in prima linea per la conservazione degli innumerevoli gompa (monasteri) custodi dell’identità nazionale, che caratterizzano il paesaggio del Ladakh, il Piccolo Tibet. Poco più di 230.000 abitanti che abitano un territorio vasto come Lombardia, Piemonte, Liguria e Val d’Aosta messe insieme, sottoposto alle mire espansionistiche di Pakistan e Cina, ai terremoti, causati dallo slittamento della placca indiana verso la piattaforma Euroasiatica origine delle imponenti catene montuose himalaiane, e talvolta anche da cataclismi naturali, come la devastante alluvione del 2010 che ha colpito Leh e i dintorni.

Un evento inimmaginabile per un deserto di alta quota come il Ladakh, dove ogni anno il sole splende per 300 giorni e le precipitazioni a mala pena raggiungono i 100 mm, per lo più sotto forma di neve. I monsoni che colpiscono il subcontinente indiano si prosciugano sulle vette himalayane e restituiscono un’aria con un’umidità relativa del 6 -24%  che, unita all’altitudine, porta a una radiazione solare tra le più elevate al mondo. Un deserto freddo, con temperature che variano da minime invernali di -40° a massime estive di +35°, e tempeste di sabbia che battono un suolo poroso e sottile, privo di vegetazione.

Eppure molti ritrovamenti indicano che un ambiente tanto ostile è stato abitato fin dal periodo neolitico da popolazioni indo-ariane. Il buddhismo vi si diffuse nel 2°secolo attraverso il Kashmir occidentale, mentre nel Tibet ancora era praticato il culto Bon. Sempre in bilico tra l’espansione tibetana da oriente e l’influenza cinese attraverso l’Asia Centrale, i popoli del Ladakh scelsero il Tibet quando si trattò di fronteggiare nel  3° secolo l’avanzata islamica nel sud dell’Asia e per questa ragione la loro terra  fu oggetto per secoli di continue scorrerie e invasioni da parte dei Paesi confinanti, già convertiti all’Islam. Ancora oggi alcune aree del Kashmir, di cui il Ladakh fa parte, sono disputate tra India e Pakistan e il ghiacciaio del Siachen, a oltre 5.600 m. di altezza, dove si fronteggiano i due eserciti, è il campo di battaglia più alto del mondo.

Questo deserto, dove il terreno è sabbioso ma senza dune, sostituite da picchi che inseguono nuvole nella prospettiva appiattita di un boccascena a più quinte, attrae ogni anno migliaia di visitatori stregati dal suo paesaggio verticale, estremo, dalle sue assenze ingombranti e dai suoi silenzi essenziali ed esistenziali. O forse dallo spazio immenso e accecante che si apre a ogni valle, in cui la natura esprime la sua vastità di orizzonti e che si riverbera in una dimensione spirituale all’interno dei gompa, unici segni di presenza umana che svettano nel paesaggio lunare e magico. Impossibile ricordarli tutti: all’11°secolo risale il Lamayuru Gompa, abbarbicato a una roccia tra Bodhkharbu e Kha-la-che. Anticamente comprendeva 5 edifici, di cui uno solo è sopravvissuto, splendidamente affrescato e con una ricca collezione di tankha. Annualmente, il 17° e il 18° giorno del quinto mese del calendario lunare tibetano, vi si tiene una grande cerimonia con balli mascherati,che richiama anche monaci delle aree limitrofe. Non è un’eccezione. Tutti i gompa una volta all’anno si vestono di colori squillanti: nell’ Alchi Gompa, 60 km a ovest di Leh, decorato dai maggiori artisti del Kashmir e del Tibet, si tiene la Dosmochey, (assemblea delle offerte votive), che prevede danze sacre tenute dai circa 120 monaci residenti, sotto gli occhi di una divinità dalla corazza dorata, delle sculture dei Bodhisattva Saykamuni, Maitreya, e Amitabha e di tutta la colossale collezione di statue di Buddha in terracotta dipinta.

Altri imperdibili monasteri sono il Likir Gompa, con la sua collezione di dipinti sacri e tankha, pari in bellezza a quelli di Alchi,  il Rizong Gompa, arroccato sulle pendici della montagna e immerso in un paesaggio incantevole, che ospita una comunità di monache, e lo Spituk Monastery, che sorge maestoso su una collina e domina la valle dell’Indo, con la sua collezione di preziosissime tankha, armi, maschere e immagini sacre. Il volto di Mahakala (Kali), la divinità protettrice del monastero, è tenuto sempre coperto e viene svelato soltanto ogni due anni, durante le cerimonie sacre che si svolgono in gennaio. Uno dei più belli in assoluto è il Thiksey Gompa a 20 km da Leh, noto per le annuali  danze sacre del rituale Gustor officiate dagli 8 monaci residenti. Il moderno Ladakh non vuole però essere solo una palestra di anime e ha saputo riconvertire a proprio favore le asprezze ambientali e paesaggistiche in cui è stato incastonato. A iniziare dagli spettacolari trekking, che variano in difficoltà e durata, ma hanno in comune una full immersion nella natura incontaminata in cui montagne e ghiacciai fanno da corona a laghi di colore del cielo e fiumi rabbiosi e potenti, come l’Indo e lo Zanskar .

Tra di essi celebre è il Chaddar Trek che si svolge lungo lo Zanskar congelato,  unica via di collegamento per l’isolata omonima valle ,quando le nevicate sbarrano per 7 mesi all’anno i passi dell’unica carrozzabile tra Kargil e Padum. Un’altra importante zona di trekking è la insolitamente verde Markha Valley, con i suoi pascoli, i campi coltivati e irrigati dall’acqua dei ghiacciai, i nomadi e gli spettacolari panorami sulla catena del Karakoram. In un suo passaggio, la Rumbak Valley, National Geographic  ha girato un premiato documentario  sul Leopardo delle nevi, 200 esemplari del quale abitano questa zona sui 7000 della popolazione mondiale. La fauna del Ladakh conta anche 225 specie di uccelli, tra cui aquile e gru, gabbiani (sull’Indo in estate) e avvoltoi; tra gli ungulati: capre pecore e asini selvatici, antilopi e chiru – la cui popolazione è in rapido declino a causa della caccia di cui sono oggetto per la pregiatissima lana shantoosh, leggera e calda, che viene contrabbandata in Kashmir e lì tessuta in preziosi scialli. Tra i predatori linci, volpi, lupi e orsi. Anche i fiumi, quando non sono gelati costituiscono  una risorsa turistica unica: il mitico Indo, che nasce in Tibet tra il  lago Manasarovar e il sacro monte Kailash, e qui è ancora giovane e irrequieto, e lo Zanksar scorrono in gole tra le più straordinarie al mondo, un vero paradiso per gli amanti del kayak e del rafting in una zona dalla bellezza paesaggistica primordiale e dalla cultura sconosciuta. Certo occorrono coraggio, tempo e un grande spirito di adattabilità. Ma non sono queste le preoccupazione principali di chi sceglie un viaggio in Ladakh.

Testo di Federico Klausner | Foto di Angela Prati e Simone Marassi

Sfoglia il magazineVai alla photogalleryVai alle info utili

Visto che sei arrivato qui…

... abbiamo un piccolo favore da chiederti. Molte persone stanno leggendo Latitudes mentre le entrate pubblicitarie attraverso i media stanno calando rapidamente. Vogliamo che il nostro giornalismo rimanga accessibile al nostro pubblico globale. I contributi dei nostri lettori ci consentono di mantenere questa apertura, in modo che tutti possano accedere a informazioni e analisi accurate ed indipendenti. Il giornalismo di approfondimento di Latitudes necessita di tempo, denaro e duro lavoro per produrlo. Ma lo facciamo perché crediamo che la nostra prospettiva sia importante, perché potrebbe anche essere la vostra prospettiva.

Se tutti quelli che leggono i nostri articoli aiutassero a sostenere la nostra attività, il nostro futuro sarebbe molto più sicuro. Per un minimo di € 1, puoi supportare Latitudes e richiede solo un minuto. Grazie.