Cattedrale di Chartres, come un varco cosmico

Nella  Cattedrale di Chartres si celebra la luce. Quella colorata che dai rosoni e dalle finestre scintillanti buca l’oscurità del suo interno. E la magia che si rivela agli occhi non appena si abituano al buio


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E’ questione di un attimo. Un momento prima la luce, la città, il sole dell’estate. Un momento dopo, un’ombra profonda in cui galleggiano fiori azzurri. Basta varcare la soglia della cattedrale di Chartres per ritrovarsi in una specie di caverna cosmica. Un’oscurità quasi totale, bucata da rosoni e finestre scintillanti come diamanti. Uno shock sensoriale che lascia senza fiato.
Silenzio bisbigliante e frusciante nel buio. Folla di visitatori che vaga su un pavimento consumato da milioni di passi. Meraviglia sospesa nell’aria, ad altezza d’uomo, non distante dalla bella Parigi, nella parte nordovest della Francia. Mormorii di ammirazione, volti all’insù, braccia che si alzano, mani che indicano, telefonini che scattano foto, superobiettivi che inquadrano. Uno stupore sconvolgente che dura ininterrotto dal XIII secolo.



Lentamente, man mano che gli occhi si abituano al buio, la Cattedrale prende forma. Si materializzano navate, colonne, transetto, coro, cappelle laterali. Le vetrate sono centosettantadue. Centosettantadue finestre per affacciarsi sui colori del paradiso. Centosettantadue pagine di un libro miniato per analfabeti, fatto di vetro e soffio divino. Alchimie gotiche hanno intrappolato nel vetro il segreto del fuoco. Hanno fuso luce e colore. Materia e trasparenza. Fiamma di cristallo ardente. Dopo un primo momento di ubriacatura, in cui tutto ciò che splende nell’ombra sembra essere fatto di cielo, ci si accorge che nel blu predominante, come su un oceano, galleggiano tanti altri colori. Schegge di luce solida, gemme perfette che compongono disegni geometrici e figure. Raccontano storie. Ma ciò che torna a rapire i sensi è ancora e sempre quell’incredibile blu. Limpido. Insondabile. Non semplice vetro dipinto, ma pietra alchemica che trasforma la luce. Processo perduto, capace di creare un tipo di azzurro che emette radiazioni nello spettro del rosso. Un blu soprannaturale. Il blu di Chartres.



Antichi simboli il cui significato è andato alla deriva nella marea dei secoli, oggi appaiono come segni oscuri e misteriosi. Da un piccolo foro sulla vetrata di Saint Apollinaire il giorno del solstizio d’estate un raggio di sole arriva a colpire una lastra posta di traverso sul pavimento. In quel punto si trovava la statua di una Vergine nera. E il grande labirinto circolare che un tempo veniva percorso in ginocchio dai fedeli, imprime sul pavimento il suo arcano marchio indecifrabile. Sboccia nel centro in un fiore a sei petali.



Ma non occorre andare a caccia di segreti nascosti. L’intero tempio ha in sé una bellezza assoluta che è essa stessa un enigma, perché nasce da elementi opposti. La luce e l’ombra. Il vuoto e il pieno. La delicatezza scolpita della cortina del coro e la massiccia potenza delle colonne. Il colore delle vetrate e il nero dell’oscurità che le avvolge. La pesantezza della pietra e la leggerezza del suo gotico volo verticale. La solida consistenza del vetro e il disegno luminoso che esso genera. La concretezza di un’opera materiale e razionale fatta da ingegneri, architetti, maestri vetrai, scalpellini, carpentieri e operai e la sublime, divina creazione che ne è risultata.


La Cattedrale di Notre Dame, dal 1979 dichiarata  patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, si erge come una corona all’apice dell’altura su cui si sviluppa il nucleo antico di Chartres.
Come un tempo, si avvista da lontano, dai campi di grano della Beauce pianeggiante. Affascina con la medesima emozione. Poi attira, come un faro, su per le strade acciottolate in salita, tra antiche case e scorci medioevali, fino alla vasta piazza su cui spalanca i suoi magnifici tripli portali e il suo splendore di pietra chiara. Indica il cielo con le sue due torri diverse: una guglia romanica e una gotica. Si aggrappa alle nuvole coi suoi archi rampanti. Sorprende col suo duplice aspetto di severa fortezza e tempio armonioso. Arcangelo guerriero e sorriso di Madonna. Tanto luminosa all’esterno quanto oscura all’interno. Ancora opposti che si fondono.
Venne costruita all’inizio del tredicesimo secolo sui resti di una precedente chiesa romanica distrutta da un incendio nel 1194. Dalle fiamme si erano salvati solo il portale ovest, detto Portal Royal, la cripta, le torri e alcune vetrate, tra cui la magnifica Notre Dame de la Belle Verriere. In meno di trent’ anni la chiesa fu ricostruita grazie ai fondi stanziati dalla classe aristocratica locale e alla manodopera gratuita prestata dalla popolazione. La breve durata dei lavori caratterizzò questo capolavoro del gotico con una eccezionale omogeneità di stile.


Il sole illumina le vetrate. Dentro è una festa di luce. Bisognerà tornare di mattina quando le finestre rivolte a oriente prenderanno vita. Bisognerà tornare di pomeriggio per guardare il miracolo ripetersi sulla parete ovest. Bisognerà guardare come cambiano i toni nella luce che cambia. Bisognerà fermarsi davanti al prodigio dei raggi che piovono dall’alto. Oblique lame luminose di  colori cangianti in cui danza un pulviscolo d’oro. Passarci attraverso e sentirsi benedetti.



Nella semioscurità si fa fatica a leggere la guida. Date, numeri, misure. No, non ora, meglio più tardi, seduti su una panchina dei giardini dell’antico Arcivescovado, sotto l’ombra verde dei tigli, affacciati, come su un balcone, sopra la città. Sul terrazzamento sottostante, erba e vialetti disegnano un labirinto che ricorda quello della Cattedrale. I bambini vi correranno dentro. Rumore di ghiaietta e risate. In alto, un cielo di un azzurro normale e rassicurante renderà facile la lettura.





Ma ora, dentro questo blu ultraterreno, non si può far altro che fluttuare in una luce da via lattea, completamente immersi nell’incanto. Lo slancio gotico delle linee afferra l’anima e la trasporta in alto. Le indica il paradiso, le mostra i colori del giardino perduto, ci gioca a palla da un rosone all’altro, la lascia spiare dalle celestiali finestre-feritoie il volo degli angeli e poi la risputa giù. Uscendo fuori si riemerge da un tuffo profondo.
Di nuovo la luce, la città, il sole dell’estate. Chartres, rosea e splendente, sorriderà del vostro stupore.


Testo e foto di Giuliana Cavezzi e Antonio Corradetti

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