Ari’s desire: il jazz tra ricerca e tradizione

Il viaggio in questo disco è implicito nella natura della musica che si va a realizzare; il jazz, infatti, per essere ben fatto richiede studio, dedizione ma anche indubbiamente una buona dose d’esperienza live, di concerti, di jam session, di confronto con altri musicisti. Si tratta dunque, di un lavoro lungo, di un feeling che si crea tra i componenti di una band che si mettono in gioco, che mischiano le loro esperienze, le loro conoscenze, la loro storia.

In questo disco abbiamo a che fare con un trio pianoless: Paolo Recchia al sassofono , protagonista indiscusso di questo secondo album a suo nome, Nicola Muresu al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria. Una formazione che indubbiamente mette alla prova la coesione dei componenti della band che, senza l’apporto dello strumento armonico per eccellenza, si trova a misurarsi con un suono più asciutto, con arrangiamenti attenti a creare soluzioni armoniche efficaci e con un’indubbia maggiore libertà ritmica, senz’altro punto di forza di un trio di questo tipo. Ospite d’eccezione è Alex Sipiagin, che in questo caso non si comporta da ospite, ma partecipa dando il suo contributo in ogni brano, sia nelle composizioni originali che nel riarrangiamento dei pezzi della tradizione jazzistica. Sipiagin, trombettista russo, porta il suo stile in maniera evidente nell’album, in lui l’influenza di diverse realtà è chiara: traspare la sua visione estetica europea, con un approccio allo strumento decisamente rigoroso, ma contemporaneamente si nota la sua appartenenza ormai da diversi anni al panorama jazzistico statunitense; sa muoversi con abilità dalla tradizione alle espressioni più ricercate della modernità musicale.

E’ proprio la tradizione però, la colonna portante di questo lavoro di Recchia, che guarda al passato rileggendo i classici dei grandi maestri del sassofono Coltrane e Rollins, proponendoli con uno stile particolare, un suono personale che non fa dubitare delle grandi potenzialità di questo giovane musicista. La scelta di suonare in trio rimanda chiaramente allo stile di Rollins, di cui sceglie due grandi classici come Tenor Madness e Pent-Up House, ma l’approccio all’improvvisazione rimanda maggiormente a Coltrane nel suo periodo più maturo (nonostante il brano reinterpretato da Recchia, Lazy bird, appartenga al periodo giovanile di Coltrane). Sia nella rilettura dei classici, che nell’approccio ai pezzi originali, il trio si dimostra coeso ed  equilibrato: Recchia nella composizione è ben ancorato alla costruzione di strutture legate al jazz classico e nell’improvvisazione non mancano passaggi di grande interesse e gusto raffinato, che però non eccedono mai rispetto a un ideale equilibrio del pezzo. Nel riarrangiamento degli standards la parte ritmica è di fondamentale importanza, funge da solido riferimento per i solisti, che dialogano incessantemente, ed anche da elemento di novità rispetto alla struttura delle versioni originali dei pezzi.

Ricerca e tradizione s’intrecciano senza mai però scontrarsi, in un album strumentale che del jazz racconta passato e presente, creato da musicisti di qualità raffinata che sanno raccontare la storia del jazz canonico e mischiarla con la modernità, con una naturalezza degna di nota.

Testo di Claudia Ferrari

“Ari’s desire”.  Label: Via veneto jazz, 2011 . Con: Paolo Recchia sax contralto. Alex Sipiagin tromba e filicorno, Nicola Angelucci Batteria, Nicola Muresu  contrabbasso

Per info: www.paolorecchia.it

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