In Andalusia, c’era una volta il West

Sono diventato un uomo di cavalli. Forse, oso sperarlo, un cowboy. E allora vi voglio raccontare una storia, che palpita in Arizona ma che da quarant’anni vive in Andalusia. Vedete, verità e realtà non sono sinonimi: così voi, io, un sasso, il mondo siamo veri, esistiamo veramente; però una poesia, un romanzo, un film, un’idea, un sentimento, che per il mondo significhino qualcosa, esistono realmente, contribuiscono alla costruzione reale del mondo. Ecco quindi che la realtà appare essenziale come la verità, spesso a essa superiore. Per questo motivo anche inseguire la storia, non vera, di un film diventa un’emozione importante. Diventa ciò che concretamente sei, nella realtà, appunto.

Tutto ha inizio nel Ranch McBain, a Sweet Water, un luogo immaginario del West che esiste realmente in Andalusia, nella Sierra Alhamilla, vicino ad Almeria, Spagna. Io ci sono stato, l’ho visto, l’ho toccato, ci ho finalmente cavalcato. Venne costruito negli anni Sessanta da Sergio Leone, per il suo capolavoro C’era una volta il West, di cui fu autorevolmente detto: «La storia del Cinema inizia e finisce con C’era una volta il West», e che oggi è conservato nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

La famiglia McBain non c’è più, sterminata dalle rivoltellate di Frank ma il ranch è ancora qui, intatto, circondato dalla stessa prateria sconfinata e rossa. Così come si possono ancora rintracciare, questi con fatica, i ruderi del villaggio di Flagstone, il punto esatto della ferrovia del duello iniziale di Armonica, la stazione dove scende Jill, e la strada infinita in cui si avventura il suo calesse e che la condurrà idealmente, e quindi realmente, sino alla Monument Valley in Arizona.

Molte altre emozioni aspettano nei dintorni. Continuo a cavalcare (ma si può tranquillamente andarci anche in auto) e non molto distante trovo il deserto di Tabernas. Qua non solo si entra nei villaggi western ancora vivi e abitati che tante sparatorie videro nei film, ma soprattutto si possono scovare le location precise di altre storie leoniane, la cui importanza per noi cultori di fantasie è direttamente proporzionale alla difficoltà di rintracciarle sul terreno: in ciò sono stato miracolosamente aiutato dalle decennali ricerche di Marino Gozzi, il massimo esperto mondiale d’individuazione dei set western di Leone. È grazie a lui che rintraccio, incredibile ma vero, proprio le postazioni delle mitragliatrici esattamente conservate di Giù la testa, e i resti del ponte esploso nell’agguato al passaggio dei soldati messicani.

Proseguendo per la pianura de La Calahorra, dove gli orizzonti sterminati ti mangiano i pensieri, galoppo a lungo, mi stanco di polvere, ma alla fine giungo nella cittadina di Guadix. È deliziosa. Chi può dimenticare i suoi eleganti muri bianchi rotti nei silenzi dalle fucilazioni di massa ordinate dal governatore?

Io ho voluto fare di più. Sono arrivato davanti all’Azucarera San Torquato, ormai in disuso, ho scavalcato gli alti muri di cinta di mattoni gialli, e mi hanno accolto le trincee, divorate dalle erbacce, adibite un tempo a campi di concentramento per i rivoluzionari catturati. In città è in atto una contestazione tra chi vorrebbe conservare lo zuccherificio come reperto storico d’archeologia industriale e chi vorrebbe abbatterlo per recuperarne gli spazi. Mi allontano prima di conoscerne l’esito. A volte anche adesso m’è parso in lontananza di sentir gridare Tierra y Libertad!

Quando è ora di tornare indietro, mi rimetto in marcia di buona lena, perché m’aspettano ancora tante cose da ricordare. Punto verso Cabo de Gata, sul mare giù a sud est della Sierra Nevada. A destra ho spiagge bianche su cui incombe la prateria; una volta qui non esisteva l’erba del Parco Nazionale ma la sabbia: dune talmente belle e soffici che perfino Lawrence d’Arabia fu girato in questo punto. L’Africa, d’altra parte, non dista molto, appena un salto sul Mediterraneo.

Voglio raggiungere a un certo villaggio oltre il Cabo, ma per farlo devo attraversare Las Minas di Rodalquilar, una pista montagnosa attraverso una serie di miniere d’oro abbandonate e canyon lunari con villaggi fantasma alternati a piccole valli coltivate. Mi sembra d’essere ancora inseguito dalle colonne dei militari che proprio qui si snodavano.

Tante altre sono state le prospettive e le immagini da raccontare di questa storia, e tante ne porterò con me, ma l’ultima, la conclusiva, mi piace dedicarla al villaggio di Los Albaricoques, nel distretto di Nijar. Quaggiù, fra casette basse e un cerchio di pietra per terra, Per qualche dollaro in più si affrontarono l’Indio, il Colonnello, e il Monco. Il finale lo conosciamo, e oggi tutto è rimasto come allora, nemmeno le poche auto di passaggio possono parcheggiare nello spiazzo di pietra, fortunatamente.

A questo punto, come in ogni film western, pur volendo, non posso fermarmi ma devo tornare a nord. Io ho finito qui. Posso solo sperare che il mio cavallo mi riporti a Sweet Water. Un giorno o l’altro.

Testo e foto di Andrea B.Nardi

Visto che sei arrivato qui…

... abbiamo un piccolo favore da chiederti. Molte persone stanno leggendo Latitudes mentre le entrate pubblicitarie attraverso i media stanno calando rapidamente. Vogliamo che il nostro giornalismo rimanga accessibile al nostro pubblico globale. I contributi dei nostri lettori ci consentono di mantenere questa apertura, in modo che tutti possano accedere a informazioni e analisi accurate ed indipendenti. Il giornalismo di approfondimento di Latitudes necessita di tempo, denaro e duro lavoro per produrlo. Ma lo facciamo perché crediamo che la nostra prospettiva sia importante, perché potrebbe anche essere la vostra prospettiva.

Se tutti quelli che leggono i nostri articoli aiutassero a sostenere la nostra attività, il nostro futuro sarebbe molto più sicuro. Per un minimo di € 1, puoi supportare Latitudes e richiede solo un minuto. Grazie.