Sulla spiaggia della Pagoda Bianca

All’alba sulla spiaggia di Puri nell’Orissa, in compagnia di bagnanti speciali. Una folla di fedeli riuniti per un bagno purificatore. In onore di Vishnu, Signore dell’Universo.

La spiaggia di Puri è ancora immersa nell’oscurità della notte. Il brulichio di migliaia di pellegrini che attendono l’alba è attenuato dal fragore delle onde dell’oceano. In lontananza un fascio di luce gialla permette di indovinare gli affollamenti di fedeli e le sagome di chi ha già cominciato a border: white 20 px solid;prostrarsi e a pregare. Il sorgere del sole darà inizio alla celebrazione di Govinda Dwadashibuda, un bagno rituale di purificazione nelle acque del Golfo del Bengala, sulle coste dello stato indiano di Orissa. Gli hindu ritengono Puri uno dei luoghi di pellegrinaggio più sacri dell’India, la cui vita religiosa ruota attorno all’imponente tempio di Jagannath Mandir e soprattutto al suo famoso e sacro Rath Yatra, il grande festival dei carri, che commemora il viaggio di Krishna da Gokul a Mathura e che si svolge in giugno o luglio (“il secondo giorno della metà luminosa del mese di Asadha”, dicono gli astronomi hindu). Con la luce dell’alba, la lunga striscia di sabbia che orla la cittadina si mostra nella sua veste surreale. Centinaia di migliaia di fedeli di Jagannath sono riuniti per cantare, pregare e soprattutto per bagnarsi nelle correnti di questo mare inquieto e lattiginoso. Vecchi altoparlanti diffondono musiche e canti distorti lungo tutta la spiaggia e, come spesso accade in India, la celebrazione si svolge tra il sacro e il profano. Centinaia di sari coloratissimi punteggiano la distesa di fedeli, dove spiccano soprattutto i Sadhu (devoti a Shiva) dai lunghi capelli arricciati in dreadlocks e le tuniche arancioni. Numerose famiglie fanno colazione con  nan e chapati inzuppati in salsine piccanti. C’è chi realizza sculture di sabbia e chi accende il fuoco, chi danza estasiato e chi dorme ancora profondamente. I bambini si rincorrono sulla battigia e si spruzzano scherzosi l’acqua del mare che, solo per oggi, è consacrata. Quando il sole è ormai alto una infinita processione di pellegrini, ancora bagnati, si dirige dalla spiaggia verso il maestoso tempio di Jagannath dove si completerà il rituale con offerte, preghiere e benedizioni elargite dei brahmini. Jagannath è il Signore dell’Universo, incarnazione di Vishnu, una divinità molto venerata soprattutto nello stato dell’Orissa. La sua rappresentazione è ovunque: i suoi occhi bianchi e rotondi si stagliano sul nero e sembrano osservare, beffardi, la dura vita degli uomini. Nel corso della giornata i sacerdoti sistemano ghirlande di fiori sulle statue e le vestono più volte con stoffe coloratissime. Nel Jagannath Mandir lavorano oltre seimila persone che eseguono i complicati rituali previsti per rispettare le divinità e oltre ventimila fedeli si affidano a Jagannath, ogni giorno, per il loro sostentamento. La cucina, infatti, che dispone di oltre 400 cuochi, ha la fama di essere la più grande del mondo. Il tempio era conosciuto fin dall’antichità come la “Pagoda Bianca” che serviva da punto di riferimento per chi navigava nel Golfo del Bengala, in contrapposizione alla “Pagoda Nera” di Konark, circa 40 chilometri di distanza da Puri. Questo edificio di sublime bellezza viene chiamato “Tempio del sole” in quanto concepito come il carro cosmico del dio del sole, Surya. E’ la realizzazione in pietra del Gayatri mantra, preghiera dedicata al sole che recita: ”Meditiamo sull’eccelsa luce del Divino Sole; possa Egli illuminare la nostra mente”. Sette possenti cavalli si impennano nello sforzo di trainare questo colosso posizionato su 24 ruote di pietra. Dichiarato un sito Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, il “Tempio del Sole” venne costruito nel secolo XIII dal re dell’Orissa Narashimhadev I per celebrare la sua vittoria contro i mussulmani. Sul basamento e sui muri è raffigurata la vita a Kalinga (antico nome dell’Orissa), una cronaca di fatti e di amori incisa nella pietra. Le figure intagliate sulle ruote sono la massima espressione dello “stile erotico”, per cui Konark è tanto famosa, e rappresentano i vari aspetti della vita amorosa. Un tempo, all’alba, il primo raggio di sole illuminava l’interno del deul (santuario) e faceva splendere la statua di Surya che fu però trafugata nel XVII secolo. A soli 60 chilometri da Konark sorge Bubaneshwar, capitale dell’antico Stato Kalinga. Il suo profilo è caratterizzato da una moltitudine di templi che mostrano l’intero sviluppo del particolare stile architettonico della regione. Gli edifici più antichi sono datati VI e VII secolo d.C., ma la storia documentata dell’area (famosa è la “Stele di Ashoka) risale a prima dell’era cristiana. La costa dell’Orissa era considerata altamente strategica per i suoi porti da cui si salpava per Java, Bal e l’ Indonesia. Le drammatiche battaglie di conquista intraprese dall’imperatore maurya Ashoka nel III secolo a.C. ne sono testimonianza. Bubaneshwar è un labirinto di templi di tutte le dimensioni e le epoche, in cui è piacevole perdersi. Il piccolo Parashurameshvara forma un complesso templare assieme al Vaital Deul e a Mukteshvara che sorgono poco distante in uno splendido giardino tropicale. Nelle vicinanze si erge il solitario e maestoso Tempio Rajarani, inconfondibile con la sua arenaria rosso-dorata e con il suo stile che ricorda chiaramente il più famoso Khajuraho. Nelle vicinanze del lago svetta la torre di 37 metri del Tempio Lingaraja, elegante realizzazione nel più classico stile Orissa. I muri esterni della costruzione sono letteralmente ricoperti di ornamenti e sculture che spesso rappresentano figure femminili immortalate in quelli che saranno codificati come i passi e i gesti propri della danza “Odissi”: una danza originaria della regione che si sviluppò nell’ambito dei riti sacri destinati alle divinità, per passare oggi al palcoscenico come una delle massime tradizioni di danza classica indiana.

Testo e foto:  Angela Prati

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