Un Viaggio dell’anima

Viaggio per vedere da vicino cose lontane.
Ma anche da lontano cose che ogni giorno mi sono troppo vicine.

Ogni viaggio ha le sue motivazioni, come ne ha ogni viaggiatore. E dopo tanti anni e innumerevoli viaggi anch’io ho cercato di interrogarmi sulla molla che mi spinge a progettarne sempre di nuovi. Scoprendo qualcosa che ho sempre percepito come latente, senza riuscire a darne una impostazione metodologica. In genere i miei primi viaggi cercavano di  soddisfare la curiosità per una natura differente: le foreste, gli animali, le barriere coralline facevano parte del magico mondo dei documentari di cui mi sono nutrito da bambino, che ora volevo osservare con i miei occhi e non proiettati su uno schermo cinematografico o chiusi in una televisione. Una fase lirica. Mi rivedo seduto per terra con un blocco, una penna, una macchina fotografica e qualche rullino cercando di respirare un respiro vitale sconosciuto, di entrare in empatia con esso, di vibrare come un diapason sulle stesse frequenze. Di riempire gli occhi di colori, il naso di profumi, la bocca di sapori da custodire in una scatola delle meraviglie chiusa da un nastro colorato, riposta in qualche luogo dell’anima. Ho passato tanti innamoramenti: avrei potuto vivere dovunque. Ogni nuovo viaggio scalzava il precedente nella mia personale classifica delle preferenze. Ma alla fine, presto o tardi, qui ritornavo. E si ponevano le prime domande: come mai? Non era sufficiente quello che vedevo, le esperienze che vivevo? Evidentemente no. E allora riprendevo la ricerca spostando l’asticella un po’ più in alto, verso luoghi meno mediati, l’Amazzonia, le montagne, i ghiacci,  le isole, sempre alla ricerca dell’Essenza, dell’unicum che, come un filo, poteva cucire la mia realtà italiana con quello che vedevo del mondo. Non ricordo quando, ma ci fu un momento, dopo un già congruo numero di viaggi, che improvvisamente mi apparve chiara una cosa: non erano i panorami, il set su cui si svolgeva la vita a interessarmi, ma gli attori. Come gli altri vivevano, quali l’organizzazione e le convenzioni sociali, il vissuto lavorativo, la scala dei valori e dei problemi, differente dalla nostra ma meritevole di studio e rispetto, visto che si trattava di impostazioni e sovrastrutture culturali spesso antiche, che reggevano da secoli. Accostarsi con questa attitudine non è né facile né naturale. Prevede di spogliarsi dei propri pregiudizi, della pigrizia mentale, di sicurezze consolidate e di indagare su convenzioni delle quali si è persa la ragione dell’esistenza. Rimettersi in gioco per assorbire esperienze e tradizioni, miti e credenze, confrontandole con le proprie, pronti ad abbracciarne il possibile contributo. Come una selettiva spugna. Poi  ha iniziato a insinuarsi e farsi strada una nuova fase. Dopo avere tanto accumulato in termini di conoscenza, esperienza ed emozioni il mio hard disk interno era pieno. Poiché non ne avevo un altro disponibile, ho dovuto decidere di eliminare i files superflui. E qui è iniziato un altro viaggio. Il viaggio in me stesso, dove non erano determinanti né i posti né le persone. Dove ho cercato l’essenza delle cose. Ho iniziato spogliando panorami, cercando posti vuoti, dove l’occhio non avesse appigli cui aggrapparsi. Perché l’esperienza che manca nella vita di noi occidentali è quella dell’assenza. Nella nostra quotidianità siamo pieni di tutto: di musica, di rumori, di oggetti, di luci e di orologi. E’ sconvolgente invece osservare una terra smisurata e vuota, come può essere il cuore dell’Australia o la Mongolia o il Tibet. Quando lo sguardo accarezza profili senza ostacoli, inarrestabile, nelle orecchie l’unico rumore è il sibilo del vento e il tramonto non lascia alternative al sonno. E dopo i panorami sono passato a me stesso, spogliandomi del superfluo. Sfogliandomi come un carciofo. Una valigia per otto mesi di viaggio. Allora ho assistito a una trasformazione magica. Improvvisamente hanno acquistato valore cose destinate alla nostra quotidiana spazzatura, come per esempio un sacchetto e una bottiglia di plastica, una corda che da anni non riesco più a tagliare – e se poi mi servisse più lunga? – o un elastico. Parallelamente ne perdono oggetti da cui siamo dipendenti: un telefonino senza copertura, una torcia cui finiscono le batterie, qualunque accessorio elettrico.  E, come ho detto all’inizio, guardare da lontano le cose che ogni giorno ci sono troppo vicine, ancor più che da vicino le cose lontane, è stata per me la vera crescita interiore e l’essenza ultima del mio viaggio. Il passaggio dalla ricerca sulla natura, a quella sull’uomo e infine su me stesso. Ma questa è solo la mia idea, il mio modo di intendere il viaggio, la mia vita. E per voi cosa significa viaggiare?

Testo: Federico  Klausner      Foto tratte dal libro: “Est x Est” di Federico Klausner

Leggi la replica: “Sulla strada: in viaggio verso l’altro”  di Giovanna Scatena

Leggi la replica: “Le Umane Latitudini” di Lucia Morello

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