Morocco Road Movie

Un viaggio on the road, ma non verso il deserto, lungo costa, come negli anni ’70, sulle note dei Rolling Stones e di Jimi Hendrix, e con l’atmosfera surreale di Marrakech Express. Perchè i miti non invecchiano, anzi, fanno rivivere vecchie emozioni sopite e ne accendono di nuove.

Marocco Marrachek Jemaa el Fna square

Erano gli anni ’60, forse anche prima; partivano per mete lontane ed esotiche, India, Bali, Marocco. In Marocco si arrivava attraverso la Spagna, imbarco a Tarifa o Gibilterra, con auto prossime alla fine della carriera. Dopo il tour verso le oasi, i passi, il deserto a volte fino a Timbuctu, gli scassoni venivano venduti per poche lire e con il ricavato si riempivano container o bancali di mobili, gioielli, tappeti, spezie ….e altro. Nell’aria risuonavano le note dei Rolling Stones – che a Marrakech,  beati loro,  scendevano a La Mamounia (i cui faraonici restauri sono appena terminati), di Jimi Hendrix, che si spingeva oltre e aveva casa sulla costa Atlantica, in un villaggio vicino ad Essouira, e di tanti altri mostri sacri della beat generation. Sono trascorsi invece vent’anni da quando fu girato Marrakech Express, il film di fuga e amicizia che ha influenzato generazioni di viaggiatori. Il tempo è passato e molti, famosi e non, sono arrivati, hanno comprato casa, anzi Riad, e si sono fermati o ci vengono appena possibile, anche se le atmosfere sono sicuramente cambiate: non c’è più il piacere della scoperta, il sottile mistero dell’esotico. Ma il fascino di questi luoghi non è venuto meno. Con il Plan Azur, il re Mohammed VI ha deciso di trasformare la città rossa in una destinazione di lusso e di charme.  Certo è che oggi nel nuovo aeroporto internazionale atterrano soprattutto  moltissimi voli low cost, provenienti da tante città europee, carichi di turisti a caccia di emozioni. Lo sviluppo è stato dato anche dal piano investimenti dello stesso sovrano, salito al trono nel 1999, che ha incentivato gli stranieri ad acquistare terreni, hotel e riad, concedendo l’esenzione dalle tasse  per i primi tre anni. Dunque il nostro viaggio on the road si muove alla scoperta di angoli nascosti fra le pieghe di un Marocco segnato, in parte da profonde recenti trasformazioni.  Sei persone su un fuoristrada e una settimana per lasciarsi catturare dalla magia. Marrakech ci accoglie e  avvolge immediatamente  con i suoi odori e rumori. L’arrivo al riad, con tanto di trasporto bagagli con carretto  a mano, cercando di evitare in una continua gimcana i motorini e le biciclette,  è il passaporto giusto per entrare nel mood della Medina. Poi il tramonto in piazza  Djemaa el-Fna: travolgente, rosso come te l’hanno sempre raccontato, emozionante come non ti aspetti. Sbucando da piazza delle spezie, lungo il souq coperto, si ha l’impressione di essere arrivati al centro del mondo. E infatti girovagando ci si accorge presto  che tutte le strade prima o poi riportano a Djemaa el-Fna, sulla quale svetta imponente la torre della Koutoubia,  simbolo della città.  Le bancarelle che ospitano il più grande ristorante ambulante del mondo sono velocemente allestite, perché fino al tramonto la piazza è un mercato.  I vapori si alzano dalle pentole e dalle griglie e hanno tutto ciò che serve per attirare l’attenzione, ma prima  vogliamo salire nel punto più alto, e sederci in uno dei bar che delimitano la piazza per abbracciarla tutta sorseggiando un tè alla menta. Forse solo questo vale il viaggio. Perdersi nei vicoli rosa, ocra e sabbia, è il miglior modo per conoscere la città,  con gli artigiani, i conciatori di pelli, gli antiquari.  Basta togliersi dalla testa l’idea di fare affari. Ormai tutto costa, anche se aprendo un portone scoprirete il bazar delle meraviglie: cataste di cassettiere in pelle borchiata o impunturata degne del miglior design, pouf minimal e lavorati, lampade e vetri  per cui fare follie. In alcuni negozi per acquistare bisogna addirittura prendere appuntamento.  E c’è qualche piccola boutique dove trovare sontuosi caftani occidentalizzati impreziositi da perle e cristalli, cuscini in seta meravigliosi, raffinati gioielli come Akbar in piazza Bab Fteuh.  A destra della piazza si trova il quartiere ebraico. E’ rimasto il più autentico, con gli artigiani lungo strada, i sarti che cuciono le jellaba, i muli che trasportano ogni cosa. Il tempo a Marrakech è scaduto, si parte per la costa Atlantica, direzione Essaouira. Tre ore con fermata all’autogrill locale, bellissimo e sfizioso, con una magnifica tajine di pollo. Poi lungo strada si iniziano a vedere gli alberi di argan, alcuni con le caprette sopra (sembra  quasi che ce le abbia posizionate per la foto il pastore…) e fermata alla cooperativa gestita da donne in difficoltà, al km. 27. Di produttori di olio di argan ce ne sono tanti, ma qui il prezioso unguento e alimento (ottimo usato a crudo) è purissimo e si dà una mano alle lavoratrici. Se intendete comprarne, fate attenzione,  perché le nuove norme di sicurezza aerea permettono di portarne solo una quantità minima. A una decina di chilometri invece si sente già l’Oceano, e si vedono stormi di gabbiani volteggiare nel cielo. Essaouira ci rimarrà nel cuore: vera atmosfera atlantica e bellissimi  bastioni, edificati dallo stesso architetto che progettò quelli  di Saint-Malo, in Bretagna. E infatti il vento, i gabbiani, tantissimi e maestosi, il porto, la luce, i camminamenti, così come i ristoranti e i negozi la ricordano.

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